Perché un osservatorio sull’autoritarismo?

Nasce uno spazio di analisi sull’erosione della democrazia in Italia e nel mondo

Interventi
Perché un osservatorio sull’autoritarismo?

Un gruppo di centocinquanta intellettuali, studiosi e docenti italiani e stranieri, da Giorgio Parisi a Jean-Claude Monod, da Nancy Fraser a Judith Butler, da James Galbraith a Gustavo Zagrebelsky, hanno deciso di dar nascita all’Osservatorio Autoritarismo, uno spazio di analisi e testimonianza sul rischio di progressione verso forme autoritarie in Italia viste nel contesto europeo e globale: una costellazione di luoghi di incontro e presa di parola, raccolta documentale, messa agli atti storiografica del tempo che stiamo vivendo, che ci interpella e che ci affida una responsabilità davanti alle manifestazioni degenerative dell’autorità legittima. Una rete di “isole benedettine”, si potrebbe dire, che, nelle principali sedi universitarie, si propone di dar vita a giornate di studio aperte alla cittadinanza per custodire e diffondere i fondamenti della cultura democratica in un paese che, secondo l’ultimo rapporto di Liberties (Civil Liberties Union For Europe) si colloca tra i cinque paesi europei «demolitori dello Stato di diritto» insieme a Bulgaria, Croazia, Romania e Slovacchia.

C’è una frase, nel testo con cui i firmatari danno nascita all’Osservatorio, messa quasi come un esergo a chiarire le premesse di quella che vuol essere una concreta assunzione di impegno: è la descrizione dello smarrimento di quella larga parte di italiani che assistettero inermi all’insediarsi, nell’aprile del 1924, della dittatura fascista, con le ultime elezioni a sovranità popolare. Fino a quel momento, scrive Piero Calamandrei, aveva retto «la generosa illusione della libertà che si difende da sé, come una forza di natura. Non fu viltà o debolezza, fu disorientamento ed errore di gente onesta e civile», incapace di vedere che in Italia si insediava «un’anemia critica», una «stomachevole uniformità di tutti i giornali», una «ributtante retorica, tracotante e menzognera, penetrata come un contagio» che aveva «reso insopportabile alle persone di buon gusto perfino il titolo di certi giornali».

È proprio per contrastare una risorgente «anemia critica» che l ’Osservatorio si propone di contribuire a mettere in luce e analizzare gli spostamenti di soglia che giorno dopo giorno erodono lo spazio democratico, coltivando scambi di pensiero analitico con chi, nel contesto europeo e internazionale, studia l’avanzare di governi che si dicono democratici mentre svuotano la democrazia dall’interno. Non un’iniziativa accademica, e nemmeno militante – per quello ci sono già le reti di associazioni – ma uno spazio aperto di riflessione, testimonianza, acquisizione di saperi, progettualità, denuncia politica nel dialogo con le istituzioni europee e internazionali che vigilano sul rispetto dello Stato di diritto.

Le tappe iniziali saranno tre giornate di studio in diverse città: la prima si svolgerà all’Università degli Studi di Milano il 16 giugno 2025, e avrà come oggetto l’autoritarismo penale e i diritti costituzionali; la seconda a Firenze, all’Istituto Universitario Europeo, il 12 settembre 2025, verterà su «Democrazia e autoritarismo al tempo dell’intelligenza artificiale»; la terza sarà ospitata dalla Sapienza Università di Roma, il 16 dicembre 2025, e avrà come filo conduttore la crisi della democrazia rappresentativa e la manipolazione della memoria storica nelle forme di populismo autoritario.

La speranza è che questi incontri si diffondano rapidamente in altre università italiane, da nord a sud, costruendo una rete diffusa e interrelata di saperi sul corrompimento autoritario dei linguaggi, sul restringimento delle libertà di opinione e manifestazione, sulla criminalizzazione del conflitto e sui moltissimi altri sguardi necessari a promuovere una costellazione di impegno e conoscenza a salvaguardia della democrazia parlamentare, del bilanciamento e della separazione dei poteri, dell’autonomia della Magistratura, ma anche di quello che si può descrivere come un progressivo incattivimento del linguaggi pubblici, che indebolisce la fiducia dei cittadini dalle istituzioni e li allontana ulteriormente dall’esercizio della partecipazione. Si tratta di costruire, affermano gli estensori dell’Osservatorio Autoritarismo, nuove forme di resistenza culturale davanti alla crisi dello Stato di diritto, «perché la democrazia costituzionale non si difende da sé, ma ci offre gli strumenti normativi per difenderla».

Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul sito di Libertà e Giustizia il 28 marzo 2025.

Daniela Padoan

Scrittrice, saggista e autrice radiotelevisiva, è presidente dell’associazione Libertà e Giustizia. Fra le sue opere ricordiamo Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2003, Einaudi 2024); Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo (Bompiani, 2004); Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro (Einaudi, 2013); Per amore del mondo. I discorsi politici dei Premi Nobel per la letteratura (Bompiani 2018). Ha curato La stella polare della Costituzione. Il discorso al Senato di Liliana Segre (Einaudi 2023). Collabora con «La Stampa» e «il manifesto». Dirige le collane Lupicattivi. Voci di ecologia integrale e Papaveri rossi di Castelvecchi Editore.

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