Israele e i suoi demoni
Thomas Hobbes sosteneva che, quando nacque, sua madre diede alla luce due gemelli: lui e la paura. Lo stesso si può dire di Israele. Quando è nato, la paura è venuta al mondo come sua gemella.
La Shoah ha cambiato per sempre la coscienza ebraica, sia in Israele, sia nella diaspora. Il massacro paneuropeo degli ebrei ha fatto sì che l’antisemitismo assumesse un significato quasi metafisico, rendendo l’odio per gli ebrei eterno, ineluttabile e totale, come fosse scritto nell’ordine stesso del mondo. I nemici formavano una catena del male continua e ininterrotta: Amalek, la personificazione del principio quasi teologico che voleva lo sterminio degli ebrei; Aman, che complottava per distruggere gli ebrei dell’impero babilonese; i romani che volevano dominarli; i cristiani e l’Inquisizione che li torturavano, li uccidevano o li espellevano; i contadini polacchi che attuavano i pogrom; i loro signori che davano tacitamente il segnale di procedere: tutti questi elementi apparivano come anelli della stessa catena storica che sfociava e culminava in Hitler. La radicalità della Shoah ha reso molto difficile, se non impossibile, non vedere il mondo attraverso il suo intento e la sua determinazione ad annientare gli ebrei.
È con non poca ironia storica che i primi sionisti scelsero, come sede per il loro progetto nazionale, un piccolo territorio inserito in una vasta area dominata da arabi e musulmani, nessuno dei quali aveva particolari motivi per accogliere un pugno di uomini provenienti dall’Europa orientale e sostenuti in un primo tempo da una potenza coloniale straniera. I musulmani non conoscevano il violento antisemitismo dei Paesi cristiani (o di movimenti laici come il nazismo), tuttavia gli arabi si opposero all’impresa sionista, come avrebbe fatto la maggior parte delle persone, perché gli ebrei avanzavano pretese nazionali sulla loro terra. A proposito della resistenza araba agli ebrei in Palestina, Ze’ev Žabotinskij, fondatore e leader del movimento revisionista di destra, nel 1923 scrisse lucidamente che «le popolazioni autoctone, civilizzate o no, hanno sempre resistito con ostinazione ai colonizzatori, indipendentemente dal fatto che fossero civili o selvaggi».
Ma anziché essere visto come faceva Žabotinskij, cioè come una prevedibile resistenza all’espropriazione e alla colonizzazione, nella nascente coscienza sionista il rifiuto arabo del sionismo si fuse a poco a poco con l’ancestrale antisemitismo. Il cambiamento avvenne gradualmente, forse nel 1929 (con il massacro di Hebron, che causò la morte di quasi settanta ebrei), o dopo il 1936, sulla scia delle rivolte arabe in Israele; di certo si ebbe una volta appurata l’entità dell’eccidio europeo degli ebrei. Se negli anni Venti Žabotinskij aveva potuto considerare l’opposizione degli arabi come una prevedibile e comprensibile reazione politica al colonialismo, nella nascente coscienza israeliana la resistenza al progetto sionista cominciò a occupare il posto lasciato libero da Amalek, la figura demoniaca della storia ebraica – «Vogliono ricacciarci in mare» –, combinando in un’unica visione la realtà dell’ostilità anticoloniale araba con gli intrighi e i personaggi dell’inconscio ebraico, traumatizzato per sempre da un passato irredimibile.
Una democrazia securitaria senza eguali
Nella sua breve storia, che equivale pressappoco all’aspettativa di vita media di un essere umano, Israele è stato coinvolto in almeno dodici guerre o conflitti militari, e in almeno cinquanta o più operazioni di varia portata, tra cui bombardamenti, attacchi aerei e incursioni territoriali. Per non parlare dello stato di guerra latente con i palestinesi dei territori occupati dal 1967. Benché non sia l’unico Paese a essere coinvolto in ostilità prolungate (basti pensare all’Armenia, all’Afghanistan e al Sud Sudan), Israele è l’unica nazione al mondo a essere stata oggetto di attacchi diretti da parte di almeno sette Paesi nell’arco di settant’anni, a essere impegnata in un continuo conflitto militare a bassa intensità con una popolazione intrecciata con la sua, e a riconoscere che il 20% dei suoi cittadini è schierato dalla parte del nemico (potenziale o reale).
Rappresenta, quindi, un caso del tutto unico, essendo definito da nemici al di là dei suoi confini, da nemici vicini ai suoi non confini, nonché dalla presenza (reale e immaginaria) di nemici simili all’interno dei suoi confini. Da questo punto di vista, Israele mostra ciò che Carl Schmitt chiamava «l’essenza del politico», cioè la distinzione tra amico e nemico. Quando i gruppi sono ostili l’uno all’altro, significa che c’è tra loro la possibilità reale della guerra e dell’uccisione fisica, e ciò, per Schmitt, è l’essenza del politico. (Per questo Schmitt disprezzava il liberalismo, per la sua incapacità di comprendere il ruolo costitutivo del nemico nella politica).
Tale distinzione (amico/nemico) è al centro di ogni comprensione della politica israeliana. Ecco perché possiamo dire che Israele non è una democrazia come le altre. A causa della sua geografia e della sua vulnerabilità interna, è stato costretto a diventare una democrazia securitaria, forse senza equivalenti al mondo. Vale a dire che lo Stato e i cittadini non solo si preoccupano di difendere Israele, ma si mobilitano costantemente e attivamente in tal senso. La sopravvivenza è il principale modus operandi del Paese. Dal punto di vista istituzionale, ciò significa che l’esercito, la polizia e i servizi segreti svolgono un ruolo fondamentale nella gestione quotidiana dello Stato e che la “sicurezza” è diventata la caratteristica mentale di base dei cittadini. La vita politica, la morale e la cultura sono una matrice di abitudini di pensiero e di azione che in Israele possono essere definite securitarie […].
La paura contribuisce a imprimere nella coscienza l’idea che i palestinesi sono il nemico, consentendo così la loro disumanizzazione. È un’emozione al centro della psiche israeliana per molte ragioni: è ancorata alla storia traumatica degli ebrei, è espressione della geografia tormentata di Israele ed è routinizzata da una dottrina della sicurezza che vede una perenne minaccia esistenziale incombere sul Paese.
Netanyahu e l’ingegneria della paura
Intuendo che il nucleo dell’anima israeliana è la paura, Netanyahu ha perfezionato la formula inventata dai suoi predecessori laburisti (arabi = Shoah). Di quella consapevolezza ha fatto un uso incessante, manipolativo, non per l’interesse collettivo (come fece probabilmente Ben Gurion), ma per i propri interessi elettorali […].
Una volta inquadrate le questioni politiche e diplomatiche come minacce di annientamento, Netanyahu ha stroncato ogni discussione strategica. Invece, ha creato due campi: uno pronto a difendere la sopravvivenza dello Stato, l’altro pronto a minacciarla. È così che funzionano le emozioni: affrontano il loro oggetto in modo immediato e mettono da parte i calcoli. La paura ha permesso a Netanyahu di bollare come pericolosi sia i membri arabi della Knesset, sia le ONG per i diritti umani, e di fare quello che i leader fascisti fanno abitualmente: tracciare una linea retta tra nemico esterno e rivale interno. Il primo ministro ha portato la paura all’interno dei confini di Israele dipingendo i partiti di sinistra e i loro partner arabi come un nemico al pari di altri nemici […].
La paura, immaginaria o reale, è un potente strumento politico. Ha la meglio su ogni altra emozione e considerazione. Sbaraglia per intero l’arena politica e giustifica la sospensione dei diritti e delle libertà fondamentali. È il comandante in capo di tutte le emozioni. Pertanto, chi è in grado di controllare la paura in modo credibile è in grado di controllare l’arena politica. Tracciando una linea retta tra nemici esterni e nemici interni, Netanyahu ha messo a repentaglio l’intero processo elettorale.
[Tratto dal primo capitolo di Eva Illouz, Emozioni antidemocratiche. L’esempio di Israele, Castelvecchi, 2024. Traduzione di Chiara Fioravanti]