Il primo voto. Il 2 giugno in cui le donne cambiarono l’Italia

Il 2 giugno 1946 milioni di donne italiane votarono per la prima volta: un gesto rivoluzionario, preparato casa per casa, che ruppe stereotipi e silenzi secolari

Testimonianze
Il primo voto. Il 2 giugno in cui le donne cambiarono l’Italia

In quella tarda primavera del 1946, con l’estate ormai alle porte, la posta in gioco era altissima, una debole partecipazione avrebbe compromesso ogni discorso politico per le donne, avrebbe indebolito anche le più convinte e svuotato i risultati delle amministrative che avevano visto una larga partecipazione. Bisognava darsi da fare, stringere i denti, misurarsi con il diffuso antisuffragismo, o meglio maschilismo, della società italiana, non dimenticare l’estraneità di settori non insignificanti di cittadine per le quali la politica restava lontana, estranea alle vive quotidiane preoccupazioni e, con probabilità, ai loro desideri.

Per fasce consistenti di italiane la politica era un territorio per soli uomini, in molte pensavano che praticarla o meno sarebbe stato indifferente per le loro esistenze, altre vi si avvicinavano timidamente, ma si cercò di provvedere anche a questa debolezza: «Quelle che considerano il voto con quella sfumatura di romanticismo, magari inconsapevole […] si dispongano a cancellarla dal loro spirito […] io, anzi, consiglierei, quel giorno, di andare alle urne armate di cipiglio e di pratica arroganza: che diamine!»1. I mesi della campagna di marzo e i risultati elettorali hanno in parte accorciato queste distanze e dissipato i dubbi delle più politicizzate, ma molte regioni sono rimaste escluse ed ancora tante elettrici devono essere avvicinate.

A questo si aggiungano le complicazioni delle operazioni di voto: il 2 giugno le schede sarebbero state due, una per il referendum e l’altra per l’elezione dei membri della Costituente, e si temono errori da parte degli elettori. In quella data si svolge una prova difficile per tutte e tutti, l’attività di propaganda e di informazione si intensifica, si organizzano le commissioni elettorali, si preparano manifesti, striscioni, comizi, si scrivono articoli, si tengono riunioni, assemblee e conferenze in teatri e cinema gremiti. Se l’Udi invita le donne a partecipare in massa alle elezioni e dà indicazioni di voto, il Cif, seguendo la Dc che, su intuizione di De Gasperi, non si schiera per la Repubblica o la Monarchia, lascia libere le elettrici di votare secondo coscienza. Tutte studiano forme di partecipazione e illustrano le operazioni di voto:

Bisognava insegnare a votare. Non si trattava – ha sostenuto Nadia Spano – di spiegarlo dall’alto di una tribuna ma si doveva andare casa per casa con pazienza, soprattutto se si trattava di persone anziane, aspettare che provassero e riprovassero fino ad essere ben sicure di non sbagliare […]. Ed era bello entrare in una casa e sentirsi accolti dal sorriso di una donna che ci diceva semplicemente: “Lo so, la pupazza!”, accennando così all’Italia turrita, simbolo della Repubblica2.

Le reazioni non sono però sempre le stesse e qualche volta era davvero faticoso: «E vivo è il ricordo di quando, durante le elezioni, andavamo di casa in casa – ha ricordato Giovanna Marturano –, portando manifestini e facsimili delle schede per insegnare a votare e per discutere con gli elettori. La reazione della gente era molto varia, c’era chi accettava di discutere serenamente anche se era contrario o esitante, chi ci chiudeva la porta in faccia»3. La presenza massiccia nella sfera pubblica, le responsabilità e i sacrifici del tempo di guerra furono le argomentazioni più diffuse a sostegno del voto […].

Si annida nelle tante dichiarazioni di quei mesi, oltre alle convinzioni politiche di ciascuna, l’intento di contrastare lo stereotipo negativo delle donne in politica, un modello costruito lungo decenni per mezzo di un corredo retorico che aveva fatto del ridicolo il suo registro e con vignette, caricature ed altro, plasmato un’immagine ambigua, dall’incerta appartenenza di genere: era la messa in scena della minaccia costituita dal rovesciamento dei ruoli e della conseguente contravvenzione delle norme morali, oltre che basata su una radicata e diffusa omofobia.

L’accentuazione dei caratteri maschili costituiva una barriera potente alla possibile alleanza tra donne e allo scambio tra le dirigenti, le militanti e le altre: occorreva ridurre ogni distanza. Bisogna allora presentarsi, parlare alle donne dei programmi e degli orientamenti politici, soprattutto dimostrare, con il proprio esempio e con formule semplici, che la lontananza delle donne dalla politica è il frutto di un pregiudizio e che proprio tale esclusione aveva reso la politica lontana dai loro bisogni e desideri. Ora con il voto si poteva finalmente voltare pagina e le italiane possono entrare nell’arena politica e cambiarla, introducendovi altre domande, priorità, valori e persino un proprio stile […].

Il 2 giugno 1946 si videro alle urne 24.947.187 milioni di italiane e italiani, su 28.005.449 aventi diritto, vale a dire l’89,1 per cento dei potenziali elettori, che devono scegliere tra Monarchia e Repubblica ed eleggere i membri dell’Assemblea Costituente, dati che smentirono le previsioni dell’antisuffragismo. Molti gli elettori alla loro prima esperienza, ma la stampa non si sofferma tanto su questo dato, quanto sulla eccezionale presenza delle donne ai seggi. Saranno le tante cronache dei giornali, le fotografie e le immagini dei cinegiornali, che ritraggono elettrici in fila, al seggio nell’atto di porre la scheda nell’urna, nella cabina, a conferire a quelle giornate il sapore di un’impresa memorabile. Così il «Corriere della Sera» commentava la sorprendente e massiccia andata alle urne delle italiane:

Le donne specialmente, per le quali alla fine è venuta l’ora di esercitare il loro diritto, hanno voluto ancora largamente approfittarne. Un certo allarme nelle file aveva prodotto l’avvertimento che, se fosse rimasta traccia di rossetto sulla scheda, il segno avrebbe potuto provocarne l’annullamento. Si sono viste molte donne forbirsi le labbra prima di accostarsi alle urne e certamente l’operazione di suggellare la scheda con la listarella gommata è stata compiuta con particolare attenzione4.

Gesti di responsabilità, segni di partecipazione, ma è possibile cogliere anche la scelta di rassicurare l’opinione pubblica: il rinvio ai figli che aspettano le madri a casa e al pranzo da preparare indicano quella giornata come una parentesi rispetto alla “vita vera” delle donne.

Votarono ben 14 milioni di donne, dai ventuno anni in su, in quel 2 giugno e la mattina successiva; 14 milioni di donne uscirono di casa dotate di scheda elettorale e documenti di riconoscimento per esprimere la propria volontà politica. Malgrado le ristrettezze imposte dalla guerra fossero ancora visibili anche sul piano estetico, qualcuna, quasi a sottolineare l’eccezionalità e la portata dell’evento, si vestì con cura come in un giorno di festa. Fuori dai seggi lunghe, composte file, uomini e donne aspettano il proprio turno pazientemente:

Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari5.

Emozioni e stati d’animo colti da Nilde Iotti che a distanza di un anno, traendo un bilancio, riandava a quell’indimenticabile 2 giugno:

Meno di un anno è passato dalle prime elezioni democratiche in Italia; meno di un anno dal giorno in cui le donne italiane sono uscite dalla intimità delle case per recarsi a compiere, per la prima volta nella storia del nostro Paese, il loro dovere di cittadine. Erano un po’ emozionate quel giorno: sentivano tutta l’importanza del loro atto e la responsabilità che da esso derivava. Sentivano la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce, era per loro un simbolo di democrazia, di libertà e di aspirazione finalmente realizzate6.

Note

  1. N. Pace, Femmina!, in «Azione Femminile», 30 marzo 1945. ↩︎
  2. N. Gallico Spano, Mabrúk. Ricordi di un’inguaribile ottimista, am&edizioni, 2005, p. 253. ↩︎
  3. G. Marturano, Memorie di una famiglia comune, a cura di A. Cogliano, Edizioni Quaderni Irpini, 1997, p. 164 ↩︎
  4. Non un solo incidente nelle 898 sezioni milanesi, in «Il Nuovo Corriere della Sera», 3-4 giugno 1946. ↩︎
  5. A. Garofalo, L’italiana in Italia, Laterza, 1956, p. 38. ↩︎
  6. N. Iotti, Nella vita politica pari agli uomini, in «Vie nuove», 9 marzo 1947. ↩︎

[Tratto dal secondo capitolo di Patrizia Gabrielli, Il primo voto. Elettrici ed elette, Castelvecchi, 2016]

Patrizia Gabrielli

Professoressa di Storia contemporanea e Storia di genere all’Università di Siena, sede di Arezzo, è autrice di numerosi saggi e volumi. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Se verrà la guerra chi ci salverà? Lo sguardo dei bambini sulla guerra totale (2021) e Prima della tragedia. Militari italiani a Cefalonia e a Corfù (2020). Per Castelvecchi ha pubblicato Il primo voto. Elettrici ed elette (2016).

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