Per comprendere la nascita e la crescita dei partiti di estrema destra in tutto il mondo, e in particolare in Europa, dobbiamo risalire alla fine della Prima guerra mondiale e analizzare il corso turbolento che ha avuto la democrazia liberale a partire da quel momento. La democrazia liberale uscì trionfante dalla Prima guerra mondiale, ma il trionfo fu di breve durata. La sinistra fu fatalmente colpita dalla scissione tra socialisti e comunisti; lo scioglimento dell’Assemblea costituente russa da parte di Lenin nel 1918, nonostante il fatto che il partito bolscevico fosse in minoranza, mise fine alle speranze di una democrazia non capitalista (una grande amarezza per Rosa Luxemburg). Alla fine degli anni Venti, i dibattiti politici erano dominati da una destra che dal 1918 era sempre stata più anticomunista che democratica. A ciò contribuirono la preminenza e la divisione dei parlamenti, l’instabilità politica e l’incapacità di rendere effettivi i nuovi diritti sociali di fronte all’ideologia economica liberale dominante, il dominio dei grandi finanzieri privati e la persistente crisi economica. Se il potere reale spettava ai padroni e ai sindacati, la conclusione popolare era che i parlamenti erano di scarsa utilità.
Dopo il grande trauma della guerra, la popolazione cercava pace, sicurezza e migliori condizioni di vita; i contadini volevano una riforma agraria. Ma la democrazia liberale aveva generato soprattutto polarizzazione sociale. La democrazia veniva abbandonata, sia da coloro che non vedevano in essa un contributo al miglioramento della propria vita, sia da coloro, specialmente i giovani, per i quali il liberalismo aveva perso il contatto con il mondo contemporaneo. Nel 1934, il dittatore portoghese António Salazar (che mantenne solo un residuo di parlamentarismo) dichiarò che in vent’anni non ci sarebbero state assemblee legislative liberali in Europa.
Due proposte rivali suscitarono entusiasmo: il comunismo e il fascismo/nazismo (quest’ultimo talvolta combinato con un cattolicesimo conservatore il cui collettivismo consisteva nella difesa della famiglia). Entrambi proposero un “Nuovo Ordine” e un “Uomo Nuovo”. Ma la loro attrattiva derivava soprattutto dal fallimento della democrazia, dalla debolezza dello Stato liberale e dall’apparente suicidio del capitalismo (iperinflazione, disoccupazione, Grande Depressione). Le proposte ultraliberali (poi chiamate neoliberiste) degli economisti austriaci Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises erano molto minoritarie e persino ridicolizzate, e sarebbero state riabilitate soltanto quarant’anni dopo, nel Cile di Pinochet (1973), diventando da allora l’ortodossia economica dominante. Negli anni Trenta, il liberalismo glorificava l’individualismo egoistico e trascurava il senso di comunità e le esigenze di una nuova era collettivista. Un clima autoritario dominava l’Europa e si diceva che l’era della democrazia fosse finita (un tema ricorrente).
Alla fine della Seconda guerra mondiale, la democrazia è tornata a trionfare, anche se in un’Europa divisa, nel contesto della Guerra Fredda, tra il blocco capitalista occidentale e il blocco comunista sovietico. Vale la pena ricordare che la denazificazione fu molto più efficace nel blocco sovietico che in quello occidentale, e che i governi conservatori occidentali furono molto più duri con l’estrema sinistra (alcuni partiti comunisti furono messi fuorilegge e tutti erano tenuti sotto sorveglianza) che con l’estrema destra (i partiti neonazisti furono messi fuorilegge, ma molti nazisti, soprattutto tecnici, furono integrati nei nuovi governi tedeschi o assunti da agenzie statunitensi). Nel frattempo, la democrazia era ormai diversa: orientata al benessere dei cittadini (welfare State), con un forte intervento statale nell’economia, una tassazione elevata e progressiva, la contrattazione collettiva, la crescita economica e la prosperità come parole chiave per far scomparire la lotta di classe. La nuova società dei consumi rappresentava una certa americanizzazione dell’Europa, ma l’intervento dello Stato nell’economia e i diritti sociali distinguevano il capitalismo europeo da quello nordamericano. Ovviamente, entrambi erano colonialisti.
Dagli anni Settanta tutto iniziò a cambiare. Il laissez faire, che sembrava sepolto dalla Prima guerra mondiale, e il binomio Hayek-Mises tornarono per restare; la lotta di classe si riaccese, ma questa volta come una lotta dei ricchi contro i poveri e le classi medie. Si affermò l’antistatalismo combinato con una mentalità autoritaria (dallo Stato protettivo allo Stato repressivo), la destra iniziò a dominare l’opinione pubblica e a fomentare la polarizzazione sociale, e la democrazia entrò di nuovo in crisi. Questo è il contesto in cui ci troviamo.
La storia non si ripete mai. Ci sono molte differenze importanti in Europa rispetto al mondo di cento anni fa e queste differenze hanno diverse ripercussioni nel Sud globale, soprattutto nel Sud che è più dipendente politicamente e culturalmente dal Nord globale.
La fine dell’alternativa comunismo-fascismo/nazismo
La prima differenza è che delle due alternative che entusiasmavano i giovani degli anni Venti e Trenta – il comunismo e il fascismo/nazismo – solo la seconda sembra essere nell’agenda politica dei desideri. Questa differenza ha un significato enorme. Non significa che oggi non esistano alternative al capitalismo in nome di democrazie più trasformative della democrazia liberale. Ma tali alternative non sono ancora capaci di formulazioni sintetiche e aggreganti, né di mobilitare grandi masse di giovani, se non forse sulla questione ecologica.
Nel corso del XX secolo, l’estrema destra ha sempre avuto due versioni distinte. Negli anni Venti e Trenta, quella di gran lunga più importante era il fascismo propriamente detto, fondato su leader carismatici, nazionalista, razzista, talvolta combinato con il cristianesimo conservatore (il valore della famiglia), guidato da un populismo distruttivo diretto contro l’individualismo e la debolezza dello Stato, un’estrema destra che voleva acquisire le dinamiche di un partito di massa. Era un populismo diverso da quello odierno, ma altrettanto orientato alla distruzione. Le versioni odierne sono, ad esempio, l’“anti-sistema” negli Stati Uniti, l’“anti-immigrazione” in Spagna e in altri paesi del Nord globale, la “pulizia” in Portogallo o la “motosega” in Argentina. Il populismo della costruzione era più astratto e vago – il “Nuovo Ordine” di Mussolini o Hitler imposto da uno Stato autoritario – proprio come il “Make America Great Again” di Trump o il “Make Spain Great Again” di Vox.
La seconda versione dell’estrema destra, sebbene molto minoritaria nei primi decenni del XX secolo, proponeva di sostituire la forza dello Stato con la forza del mercato. Si trattava di un’estrema destraiperliberista, ispirata alle proposte neoliberiste del duo Hayek-Mises, che vedeva lo Stato come un costo da minimizzare, le tasse come un furto e le privatizzazioni come la soluzione per tutto ciò che può generare profitti. Era un’estrema destra internazionalista, anti-carismatica, individualista, ipermoderna ed elitaria, che vedeva la povertà come un problema individuale che non aveva nulla a che fare con l’impoverimento derivante dalle politiche economiche e sociali. Mentre la prima versione si dichiarava socialista (nazionalsocialismo) e voleva uno Stato forte, la seconda, seppur residuale, era ipercapitalista e voleva fare del mercato il principale regolatore dei rapporti economici e sociali, cioè voleva uno Stato minimo incentrato sul mantenimento dell’ordine.
Queste due versioni avevano lo stesso obiettivo: usare il malcontento popolare per l’inefficacia della democrazia come strategia di potere e di affermazione del capitalismo contro il comunismo. Il fascismo tradizionale ha usato la democrazia per arrivare al potere, ma una volta al potere non l’ha esercitato democraticamente né l’ha abbandonato democraticamente. Questo vale per Adolf Hitler come per Jair Bolsonaro (Brasile) o Donald Trump (Stati Uniti). La versione neoliberista dell’estrema destra ha ammesso il collasso della democrazia come un danno collaterale delle sue politiche economiche, la cui attuazione è stata di gran lunga la più importante. Hayek, ad esempio, scrisse al quotidiano tedesco «Frankfurter Allgemeine Zeitung» nel 1977 per protestare contro le critiche ingiuste del giornale al regime di Pinochet in Cile: considerava il Cile di Pinochet un miracolo politico ed economico e criticava aspramente Amnesty International, considerandola «un’arma per diffamare la politica internazionale»1.
Consapevoli dei propri interessi, le grandi imprese sono sempre state attratte da entrambe le proposte dell’estrema destra e le cose non sono cambiate molto negli ultimi cento anni. La grande differenza è che negli anni Venti e Trenta la minaccia del comunismo era reale e le due versioni dell’estrema destra erano entrambe considerate antidoti efficaci a quello che allora era visto come il suicidio del capitalismo di fronte alla crisi e alla protesta sociale che l’attrazione per il comunismo avrebbe provocato. Ora che il comunismo non è più nell’agenda politica, le forze di estrema destra devono inventarlo, considerando comunismo ogni intervento dello Stato volto a ridurre le disuguaglianze sociali. Per fare questo, costruiscono l’ideologia dell’anticomunismo basandosi su due pilastri: il controllo quasi assoluto dei mezzi di informazione e dei social network; e la religione politica conservatrice, principalmente evangelica, ma anche cattolica e sionista, che ancora una volta costruisce l’apocalisse attorno al comunismo e lo trasforma nell’anticristo. Questa differenza rispetto all’inizio del secolo scorso rende il futuro della democrazia ancora più problematico.
La normalizzazione del fascismo
La seconda differenza rispetto agli anni Venti e Trenta è la capacità del fascismo di normalizzarsi come alternativa democratica, non dovendo più ricorrere a colpi di Stato (come accadde con Hitler, Mussolini, Salazar e Franco). Il caso paradigmatico contemporaneo è l’attuale governo italiano guidato da Georgia Meloni. Presidente dal 2014 del partito neofascista Fratelli d’Italia, Meloni guida un paese la cui Costituzione vieta l’apologia del fascismo. Tale apologia, tuttavia, è stata palesata nel modo più manifesto durante la conferenza annuale del suo partito (Atreju). Centinaia di camicie nere si sono radunate in formazione militare davanti alla sede del partito neofascista sorto nel dopoguerra (Movimento Sociale Italiano), facendo il saluto fascista. Meloni ha impedito qualsiasi repressione di questa manifestazione. Fondamentalmente, la normalizzazione deriva dal riavvicinamento tra le politiche di destra e quelle di estrema destra in Europa. Nel caso delle politiche anti-immigrazione e anti-minoranze, ad esempio, non c’è differenza tra le posizioni di Meloni e di altri leader di estrema destra. La normalizzazione è talvolta il risultato di una propaganda subliminale. Ad esempio, lo slogan fondamentalmente di sinistra del “gay pride” viene ora usato per promuovere l’“orgoglio italiano”. La normalizzazione presuppone il sostegno dei mezzi di informazione, che non è mancato a Meloni, così come non era mancato a Berlusconi (sono le stesse reti televisive), e include la criminalizzazione di giornalisti e politici dissidenti, senza far scattare alcun allarme. Roberto Saviano, fermo oppositore alle mafie, è stato oggetto di una persecuzione criminale. La normalizzazione raggiunge un nuovo livello quando supera la classe politica ed entra a far parte della vita quotidiana, ad esempio quando un ristorante stampa il volto del Duce sul conto.
Lo Stato sociale
La terza differenza tra le due epoche sembra, d’altra parte, allontanare per il momento il pericolo del fascismo. Nel caso dell’Europa, le condizioni sono ora molto diverse e non sembrano favorire l’estremismo. Lo Stato sociale che è stato costruito in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, e in Portogallo, Spagna e Grecia dopo le transizioni democratiche degli anni Settanta, ha dimostrato una certa robustezza nonostante tutte le crisi e ha goduto del sostegno popolare. Margaret Thatcher ha cercato di distruggerlo nel Regno Unito e ha fallito. Lo Stato sociale ha contribuito a creare ampie classi medie non inclini all’estremismo. Non stupisce, quindi, che l’estrema destra europea non investa oggi direttamente contro le politiche sociali (solo negli Stati Uniti l’estrema destra vede in queste politiche lo spettro del comunismo). Investe contro le tasse che le finanziano e la corruzione dello Stato (a volte reale), sperando in questo modo di raggiungere più facilmente i suoi obiettivi. Nella misura in cui le forze politiche progressiste acconsentono alla distruzione dello Stato sociale, ad esempio attraverso la privatizzazione della sanità, dell’istruzione o del sistema pensionistico, aprono la strada al fascismo del XXI secolo. Ancora più pericolose sono le privatizzazioni mascherate, come i partenariati pubblico-privato nel settore sanitario, i voucher scolastici nel caso dell’istruzione o il tetto massimo nel sistema pensionistico.
Internet e i social network
La quarta differenza tra le due epoche è più ambivalente quando è in gioco il futuro della democrazia. Mi riferisco ai social network e a Internet, che cento anni fa non esistevano. I mezzi di comunicazione stanno perdendo il controllo dell’opinione pubblica a favore dei social network, e questa perdita rappresenta un divario generazionale. È ormai opinione condivisa che le forze conservatrici sappiano usare i social meglio di quelle progressiste, anche perché dispongono di ingenti finanziamenti che le forze progressiste non hanno. Ma i social network generano fedeltà volatili e non sostengono i miti a lungo. Infatti, possono portare a cambi di direzione repentini, sia da sinistra a destra (vedi il caso del Brasile nel 2013, dalla richiesta di trasporti gratuiti all’impeachment della presidente Dilma Rousseff) che da destra a sinistra (nel caso della Colombia, dal plebiscito del 2016 che la destra, attraverso fake news, ha vinto contro gli accordi di pace, al movimento studentesco e successivamente ad altri movimenti sociali, indigeni, femminili e sindacali che hanno portato Gustavo Petro al potere nel 2022). Ovviamente, i due movimenti non hanno lo stesso peso, data la natura proprietaria (privata) delle reti e la mancanza di una regolamentazione democratica. Basta guardare come il cambio di proprietà di Twitter abbia immediatamente determinato uno spostamento verso il candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump. L’ambivalenza delle reti risiede nel fatto che sono più utili per aggredire il potere che per sostenerlo.
Movimenti sociali
La quinta differenza rispetto agli anni Venti e Trenta è l’emergere di movimenti sociali post-colonialisti (indigeni e antirazzisti), femministi e ambientalisti. Si tratta di una differenza ambivalente anche per quanto riguarda il futuro della democrazia. Subito dopo la Prima guerra mondiale, il movimento operaio era un attore politico di primo piano e la questione della riforma politica era all’ordine del giorno. Alla democrazia liberale, allora chiamata democrazia borghese, si opponeva la democrazia operaia. I conflitti tra socialisti e comunisti e la repressione statale (poliziesca e giudiziaria) contro i sostenitori della democrazia operaia hanno indebolito il movimento operaio, e ciò che ne è rimasto è stato distrutto dalle dittature che seguirono.
I movimenti sociali odierni accettano più o meno acriticamente l’idea che esista un solo tipo di democrazia – la democrazia liberale – un’idea che, fino agli anni Settanta, era tutt’altro che consensuale. Con questa limitazione, i movimenti sociali di oggi sono generalmente una garanzia di conservazione della democrazia e persino del suo intensificarsi, in quanto lottano per l’estensione e l’effettiva realizzazione dei diritti individuali e collettivi. Questi movimenti sono generalmente perseguitati dall’estrema destra, ma nella lotta contro di essi sono state utilizzate strategie che possono neutralizzare il potenziale democratico dei movimenti sociali.
Nel caso del movimento femminista, la strategia dell’estrema destra è stata quella di trattare con condiscendenza (a volte sostenendo attivamente) le agende dei femminismi bianchi e borghesi perché non mettono in discussione l’ordine capitalista. L’identitarismo, cioè l’identità di genere (o razziale) concepita come obiettivo principale ed esclusivo della lotta sociale, isola le rivendicazioni di questi movimenti dalle lotte per la redistribuzione della ricchezza e la giustizia sociale. Isolandosi e non mettendo in discussione il contenuto di classe della moderna dominazione capitalista, questi movimenti vedono neutralizzato il loro potenziale trasformativo e talvolta finiscono per trovarsi dalla stessa parte delle lotte guidate dall’estrema destra. I femminismi del Sud globale (femminismo nero, indigeno, arabo), quando si manifestano nelle metropoli del Nord globale attraverso le immigrate, a volte cittadine di seconda generazione, mettono in discussione l’ordine capitalista e sono quindi apertamente perseguitati, non solo dall’estrema destra, ma anche da altre forze politiche conservatrici.
Nel caso dei movimenti antirazzisti, l’estrema destra è apertamente ostile e talvolta violenta. Il razzismo è al centro dell’estrema destra, anche se oggi si manifesta indirettamente, ad esempio nell’opposizione all’immigrazione, nel controllo altamente repressivo delle frontiere, nel punitivismo sproporzionato con cui attacca individui, comunità e pubblici razzializzati, nella difesa privilegiata delle richieste delle forze di polizia e nella banalizzazione della brutalità della polizia.
Per quanto riguarda il movimento ambientalista, la strategia dell’estrema destra è il negazionismo. La crisi ecologica è considerata un’invenzione della sinistra per ostacolare lo sviluppo del capitalismo. Il movimento ambientalista, anche se molto eterogeneo, ha oggi il potenziale per mettere in discussione la triplice dimensione del dominio capitalista moderno – classe, razza e genere – e, in questo senso, per avanzare proposte antisistemiche nelle sue molteplici dimensioni (economica, sociale, politica e culturale). Nella misura in cui tali proposte intraprenderanno questo tipo di lotta, difenderanno la democrazia nel suo senso più ampio, includendo nella democratizzazione della vita la democratizzazione dei rapporti tra la vita umana e quella non umana. Questi movimenti saranno senza dubbio perseguitati, non solo dall’estrema destra, ma da tutte le forze politiche istituzionali.
Conclusioni
Il fascismo è in ascesa:
- perché le politiche sociali del welfare State sono state finanziate sempre meno, il che ha portato a un aumento delle disuguaglianze sociali e della polarizzazione sociale che ne può derivare, a cui lo Stato risponde solo con politiche repressive;
- perché i movimenti sociali, non mettendo in discussione il capitalismo (ingiustizia sociale, lotta di classe), hanno contribuito a normalizzare e banalizzare le disuguaglianze sociali più evidenti, come se non fossero antidemocratiche;
- perché il fascismo si maschera da lotta per la democrazia con l’appoggio dei mezzi di informazione, che gli sono in genere favorevoli, in particolare amplificando le rivendicazioni fasciste contro l’immigrazione, la xenofobia, la promozione della polizia, la corruzione dello Stato sociale e i tagli alle tasse;
- perché le altre forze politiche, sia di destra che di sinistra, non sono state in grado di contrastare l’attuale ortodossia neoliberista, che impedisce l’espansione delle politiche sociali: questo a lungo termine trasformerà la democrazia in una politica del malessere che non merita l’enorme costo di mantenerla in vigore;
- perché il fascismo tradizionale appare oggi come parte di una famiglia iperconservatrice molto ampia, di cui fanno parte le religioni ultraconservatrici, soprattutto evangeliche, sioniste e islamiste;
- perché la guerra legale di un sistema giudiziario conservatore contro le politiche e i politici progressisti, aumentando l’instabilità sociale, è stata una leva efficace (perché apparentemente non è politica) per promuovere l’estrema destra;
- infine, il fascismo sta crescendo perché il consumismo e i social network hanno trasferito le preoccupazioni degli individui dalla vita pubblica a quella privata; la giustificazione dell’apatia nei confronti della democrazia (non vale la pena votare perché le politiche sono sempre le stesse) si trasforma rapidamente nella giustificazione entusiasta dell’anti-sistema.
Alla luce di ciò, fermare l’avanzata del fascismo – un imperativo per tutti i democratici – è un compito politico complesso e difficile, anche perché deve essere svolto a vari livelli e in diversi ambiti della vita sociale e non solo in quello politico. Tuttavia, è possibile perché nulla è determinato in anticipo. La madre di tutte le condizioni è che la democrazia abbia un contenuto materiale concreto, un impatto positivo sulla vita delle classi lavoratrici (individui, famiglie e comunità) che restituisca loro speranza nella possibilità di una vita più dignitosa, di una società più giusta e di una maggiore uguaglianza con la natura. Perché ciò sia possibile, il presupposto a breve termine è che le politiche sociali pubbliche siano mantenute, diversificate, ampliate e collegate a pratiche di solidarietà, reciprocità e cura che esistono nella società e nelle comunità. Questo è l’unico modo per prevenire l’aggravarsi delle disuguaglianze e delle discriminazioni sociali in società sempre più complesse e culturalmente diversificate. Di fronte alla deriva fascista in atto, credo che solo alleanze ampie e pragmatiche tra le diverse forze politiche della sinistra possano garantire la sopravvivenza della democrazia a medio termine.
- Jessica Whyte, Neoliberal Economists Like Milton Friedman Cheered on Augusto Pinochet’s Dictatorship, in «Jacobin», 9 novembre 2023. ↩︎
[Traduzione di Luca Noferini]