Fascismo e nazionalismo come regressione
La struttura della regressione sociale (e l’interpretazione del concetto di regressione) può essere illustrata con la massima chiarezza attraverso l’analisi del fascismo svolta dalla prima Scuola di Francoforte. Gli autori intendono il fascismo come una regressione, ma rifiutano decisamente che si tratti di una mera ricaduta nelle condizioni premoderne. La sentenza di Benjamin, per cui «lo stupore perché le cose che noi viviamo sono “ancora” possibili nel XX secolo non è filosofico»1, potrebbe figurare come motto anche per le riflessioni della Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno. La ricaduta nella «barbarie»2, intesa come regressione, non è semplicemente un retrocedere a prima della modernità, un riavvolgere (Zurückdrehen) il tempo. Il fascismo è, al contrario, un fenomeno specificamente moderno: «In quanto ribellione contro la civiltà, il fascismo non è semplicemente una reiterazione dell’arcaico, bensì la sua riproduzione all’interno della civiltà e per mezzo della civiltà stessa»3.
Questo è vero, seguendo l’analisi della regressione di Adorno e Horkheimer, non solo perché il nazionalsocialismo tedesco ha messo in opera uno sterminio di massa di esseri umani su scala industriale organizzato con i più moderni mezzi logistici, ma anche perché esso è il risultato di una dinamica deviata e delle tensioni e contraddizioni irrisolte della medesima modernità capitalista. Il «nuovo genere di barbarie»4 non trasporta, quindi, un tipo precedente di organizzazione sociale – l’arcaico, la barbarie – in un altro tempo. Qui la ruota non gira all’indietro, bensì in avanti, nella modalità di un’elaborazione deviata di conflitti. Per questi autori, la «barbarie» non è, allora, un’invariante antropologica che eromperebbe regolarmente come una forza della natura astorica5. Essa ha invece una propria storia, ed è il risultato di un processo storico-sociale. La barbarie fascista della modernità è un fenomeno nuovo, divenuto storicamente: un fenomeno peculiarmente moderno, in cui sono conservate e operanti delle esperienze storiche, ma in un modo peculiarmente regressivo.
Questo diventa assai chiaro attraverso l’esempio del nazionalsocialismo, il quale non solo sterza all’indietro, in direzione di modi di vivere contadini o premoderni (e della loro relativa economia), cosa che potrebbe avvenire anche in un modo non regressivo, ma forza anche, invece, lo sviluppo industriale-militare, propagando al tempo stesso un’ideologia del sangue-e-suolo. Il nazionalsocialismo non reagisce, allora, alle tendenze alla disintegrazione delle moderne società industriali con la trasformazione, urgentemente necessaria, in una moderna solidarietà, bensì con un romanticismo comunitario ideologico e con una politica comunitarista autoritaria. All’esperienza destabilizzante della modernità industriale, alla scissione alienante e alla perdita di senso innescate da nuove assenze di relazione, si contrappone una sicurezza concretista, garantita, a quanto pare, dall’appartenenza di stirpe, dalla tradizione, e dall’elemento völkisch. Seguendo ulteriormente il pensiero di Adorno, si tratta, però, di un meccanismo inadeguato con cui fronteggiare la crisi, e di un modo parimenti inadeguato di elaborare l’esperienza. Con le sue note conseguenze.
Regressione völkisch
L’analisi critica del nazionalismo di Adorno ci permette di seguire ulteriormente questo modello regressivo di negazione dell’esperienza. Nel suo corso Sulla dottrina della storia e della libertà6, egli comprende il nazionalismo come una modalità di reazione e di esperienza sociale deficitaria, in quanto blocca regressivamente le esigenze di una realtà in cui il cosmopolitismo reale procede di pari passo con l’economia borghese-capitalista. Punto di partenza dell’analisi di Adorno è la funzione progressista e regressiva al tempo stesso dello Stato-nazione. Fin dalla loro creazione, sempre già politica, gli Stati-nazione sorgono con una fondazione artificiale, poggiante sul dissolversi di raggruppamenti precedenti di clan strutturati su base parentale. La nazione, sottolinea Adorno, non è qualcosa di dato, di naturale o primordiale, bensì è qualcosa di (politicamente) fatto. Le nazioni sono, come ha autorevolmente sostenuto Benedict Anderson nel recente dibattito, delle «comunità immaginate»7. Da questo punto di vista, rispetto alle formazioni comunitarie naturali-familiari, sorte attraverso legami di sangue, il sorgere degli Stati-nazione fu, secondo Adorno, in primo luogo un progresso emancipatore8.
Il nazionalismo nega paradossalmente, però, proprio questo carattere artificiale e politico della nazione, e tanto più tale nazione risulta priva di un fondamento, quanto più esso insiste sul suo essere qualcosa di naturalmente dato: «proprio perché la nazione non è natura, essa deve proclamare incessantemente sé stessa come qualcosa che è vicino alla natura, come immediatezza, come comunità di popolo»9. Sintomatico del carattere regressivo della nazione è l’accanimento con cui deve essere negato e nascosto il suo carattere contingente, ovvero la sua innaturalità. A questo corrisponde l’osservazione per cui «il feticismo del concetto di nazione è spiccatamente pronunciato, e particolarmente estremo, proprio laddove la costruzione della nazione non è riuscita»10. Risultato di questo feticismo, non solo nella sua forma più terribile, sono violenza e aggressione.
Ma in che senso si manifesta qui quella struttura regressiva oggetto della mia indagine? La negazione e il blocco dell’esperienza che ne risultano hanno due dimensioni. Da un lato, naturalizzazione significa negazione dell’essere-fatto, fuga nell’irresponsabilità, in una natura immaginaria, e accentuazione, in termini völkisch, di ciò che è già-dato come indisponibile alla crescita, in antitesi alla responsabilità per ciò che è fatto-socialmente: considerando lo status dell’entità in questione, si tratta di un errore categoriale, smentito e contrastato dall’esperienza sociale reale, il cui mantenimento richiede un elevato dispendio di forza negatrice. Dall’altro, la regressione si manifesta come negazione della realtà storica, ovvero dell’obsolescenza fattuale del modello di nazione. L’aspetto regressivo risiede nell’aggrapparsi a uno Stato-nazione pensato in termini völkisch, e, con esso, a un modello di sovranità messo in discussione da tempo da un’innegabile interconnessione transnazionale. Qualcosa ha perduto, nel frattempo, quella funzione (financo emancipatrice), e le corrispettive capacità di risoluzione di problemi, che ebbe in un determinato momento storico11. Aggrapparsi, tuttavia, alla concezione tradizionale, e alle strutture istituzionali della tradizione, ostacola regressivamente il confronto con tale realtà, e il processo ulteriore di elaborazione dei problemi.
Basandoci sulle osservazioni di Adorno, possiamo valutare, allora, il nazionalismo come una perdita di realtà, come sistematica negazione dell’esperienza, con cui vengono messi in discussione il livello di risoluzione di problemi già raggiunto e le capacità di risoluzione di problemi già ottenute (in questo caso: il dissolversi dei raggruppamenti di clan), mentre non si possono porre, né indirizzare in maniera adeguata i problemi incombenti (il compito dell’autodeterminazione democratica di fronte alla perdita di sovranità degli Stati-nazione e all’interconnessione globale dell’economia). Adorno descrive tutto questo con parole sorprendentemente attuali, sullo sfondo dello sviluppo storico fattuale:
Il cosiddetto cosmopolitismo non è più oggi, a differenza di come si insegnava un tempo, qualcosa di più astratto rispetto alle singole società nazionali, bensì è la cosa più reale – così come possiamo vedere una convergenza di innumerevoli forme di vita […] che indica la convergenza dei processi vitali portanti, ovvero il dominio della produzione industriale12.
Da questo deriva il seguente compito:
Oggi, quindi, non si tratta più di conservare la concrezione delle relazioni umane nella forma transitoria, e da tempo ingannevole, delle nazioni, ma di riconquistare questa concrezione della convivenza umana a un livello superiore13.
Per ricollegarmi alla mia terminologia di posizione del problema e risoluzione deficitaria del problema: la posizione del problema non nasce solamente da una esigenza normativa (del cosmopolitismo), bensì dalla convergenza fattuale delle condizioni di vita. Il processo di esperienza e di apprendimento, dalla cui adeguatezza dipende la situazione, consisterebbe nel realizzare una nuova «concrezione della convivenza umana a un livello superiore» – oggi diremmo: una «convivenza solidale» o perfino una «comunità dei non scelti»14. Esso è ostacolato, però, dall’aggrapparsi regressivo alla nazione, che, nel nazionalismo völkisch, si spinge fino alla regressione.
Regressione come rinaturalizzazione di difesa
È difficile non cogliere i paralleli tra la nostra situazione attuale e quella analizzata da Adorno: mentre la destra (dei somewheres) accusa, non senza un latente antisemitismo, la sinistra liberale (degli anywheres)15 di sradicamento, il luogo a cui essa si aggrappa e la Heimat che essa evoca sono diventati da tempo illusori16. Lo stesso modello di regressione, intendendo essa come difesa dalla crisi e blocco dell’esperienza, sembra operare all’interno del dibattito sui cosiddetti movimenti di liberalizzazione culturale e nella resistenza che essi trovano da parte del populismo autoritario di destra. Questo si aggrappa, in maniera ostentata, alle strutture della famiglia tradizionale, forzando, contro le attuali trasformazioni dei rapporti di genere e dell’organizzazione della famiglia, una rinaturalizzazione delle relazioni di genere. Dinnanzi a modelli di identità e possibilità di vita diversificati e non essenzialistici, viene evocato, a scopo propagandistico, il fantasma della dissoluzione della famiglia e del disorientamento17.
Quello che in alcuni casi è un conservatorismo innocuo assume, invece, tratti tanto più aggressivi e regressivi quanto più nega la realtà di una società in mutamento. È chiaro che la “buona vecchia famiglia” e l’ordine tradizionale di genere, una volta eliminate le sembianze della loro naturalezza, non esisteranno più come posizione di default. Una volta che il modello della famiglia tradizionale non è più considerato come ovvio, bensì soltanto come un’opzione tra tante, la famiglia è già inesorabilmente cambiata. Possiamo leggere come una regressione risentita18 il fatto che, in questi contesti, si esprimano delle reazioni aggressive, che si spingono fino alla volontà di annientare altri modi di vivere, e che esse vengano trasformate in un programma politico. Tutto questo attesta indubbiamente una nostalgia (regressiva) di certezze naturalizzate e un desiderio, quindi, di fare ritorno a una situazione in cui attribuzioni e confini sono indiscutibili: paura della perdita dei confini, insicurezza – una fuga dalla libertà19.
[Tratto dal capitolo 6 di Rahel Jaeggi, Progresso e regressione, Castelvecchi, 2025. Traduzione di Francesco Ferrari]
Note
- Walter Benjamin, Sul concetto di storia, in Id., Opere complete, a cura di E. Ganni, G. Bonola e M. Ranchetti, Einaudi, 2006, vol. VII, pp. 483-493, qui p. 486 (tesi VIII). ↩︎
- Adorno e Horkheimer descrivono come l’intenzione del loro libro sia voler capire «perché l’umanità, invece di entrare in uno stato veramente umano, sprofondi in un nuovo genere di barbarie» (Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, a cura di R. Solmi, Einaudi, 2010, p. 3). ↩︎
- Theodor W. Adorno, La teoria freudiana e la struttura della propaganda fascista, in Id., Contro l’antisemitismo, a cura di S. Petrucciani, manifestolibri, 1994, pp. 71-94, qui p. 75. ↩︎
- Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, cit., p. 3. ↩︎
- Cfr. Claus Offe, Modern Barbarism. Der Naturzustand im Kleinformat, in Id., Institution, Normen, Bürgertugenden, Springer, 2019, pp. 77-103. ↩︎
- Cfr. Theodor W. Adorno, Zur Lehre von der Geschichte und von der Freiheit, Suhrkamp, 2006, pp. 156-158. ↩︎
- Con questo s’intende che coloro che si costituiscono come nazione vengono resi membri di una nazione nella misura in cui, attraverso il riferimento a una lingua, a una letteratura, a usanze, a tradizioni, ecc., comuni, vengono inseriti in una comunità. Cfr. Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, trad. it. di M. Vignale, Laterza, 2024. ↩︎
- Lo Stato-nazione è, in linea di principio, qualcosa di emancipatore, in quanto pone il popolo come sovrano rispetto alla nobiltà, anche se emergono già, con esso, delle inclusioni e delle esclusioni problematiche. Onde evitare prevedibili obiezioni: Adorno sta parlando di una determinata linea di sviluppo della storia europea, anche se questo non implica necessariamente l’affermazione normativa di un corso della storia mondiale (fosse anche soltanto come sua manifestazione temporanea) verso lo Stato e lo Stato-nazione. ↩︎
- Theodor W. Adorno, Zur Lehre von der Geschichte und von der Freiheit, cit., p. 156. ↩︎
- Ivi, p. 162. Adorno condivide questa tesi con Helmuth Plessner, Die verspätete Nation. Über die politische Verführbarkeit bürgerlichen Geistes, Kohlhammer, 1959. ↩︎
- Anche in questa sede Adorno sostiene la tesi di una perdita delle basi reali da parte del nazionalismo: «La forma caratteristica dell’opinione assurda è oggi il nazionalismo. Con nuova virulenza, il nazionalismo sta infettando il mondo intero in un momento storico in cui, considerando lo stato delle forze tecniche di produzione, e la determinazione potenziale della Terra come un solo pianeta (perlomeno nei suoi Paesi non sottosviluppati), ha perduto la sua base reale, ed è del tutto diventato quell’ideologia che è sempre stato» (Theodor W. Adorno, Meinung Wahn Gesellschaft, in Id., Bemerkungen zu “The Authoritarian Personality” und weitere Texte, Suhrkamp, 2019, pp. 109-131, qui p. 126). ↩︎
- Theodor W. Adorno, Zur Lehre von der Geschichte und von der Freiheit, cit., p. 163. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Sabine Hark, Gemeinschaft der Ungewählten. Umrisse eines politischen Ethos der Kohabitation, Suhrkamp, 2021. ↩︎
- Cfr. David Goodhart, The Road to Somewhere: The Populist Revolt and the Future of Politics, Hurst & Company, 2017. ↩︎
- Per uno studio qualitativo sugli elettori di Trump che corrobora questa affermazione, cfr. Arlie Russell Hochschild, Strangers in Their Own Land: Anger and Mourning on the American Right, The New Press, 2016. ↩︎
- È interessante osservare la mobilitazione a livello globale contro la cosiddetta ideologia del gender, dalla AfD tedesca ai governatori statunitensi fino agli evangelici brasiliani, oppure nell’ambito della propaganda di Putin, in cui l’occidentalizzazione viene equiparata all’effeminatezza e alla demascolinizzazione. Cfr. per esempio Niklas Franzen, Bolsonaros deutsche Freundin, in «taz.de», 2 dicembre 2022, https://bit.ly/452sTnf. ↩︎
- Per un’analisi più dettagliata del risentimento come caso di regressione, si veda Rahel Jaeggi, Modes of Regression: The Case of Ressentiment, in «Critical Times», vol. 5, n. 3, 2022, pp. 501-537. ↩︎
- È questo il titolo dell’omonimo libro di Erich Fromm (trad. it. di C. Mannucci, Edizioni di Comunità, 1963). Per i dibattiti sul genere e sulla famiglia, cfr. Sabine Hark, Paula-Irene Villa (a cura di), Anti-Genderismus. Sexualität und Geschlecht als Schauplätze aktueller politischer Auseinandersetzungen, Transcript, 2015. ↩︎