Quando si affronta il tema della sicurezza in Italia ci si scontra immediatamente con un paradosso di fondo: viviamo in una delle società più sicure al mondo e, al tempo stesso, costantemente attraversata da emergenze. Tutto ciò che accade nella vita pubblica sembra assumere rilevanza sociale e divenire priorità politica solo se rappresentato in termini allarmistici. Gli stessi slogan che accompagnano le politiche (si pensi al continuo ricorso al vocabolario e all’immaginario della guerra, ben prima della sindemia da Covid-19) sono espressioni di un linguaggio che, nel corso degli ultimi decenni, ha assunto la paura come tratto saliente della relazione tra istituzioni e cittadini, prefigurando uno scenario di continua tensione tra civiltà e barbarie.
Ogni politica di sicurezza, più che dalle evidenze empiriche sulla diffusione di reati e di paure, trae legittimità dalle narrative mediatiche, politiche e istituzionali – talvolta anche accademiche – che costruiscono argomenti di senso comune, solidi perché incontrastati. È ciò che definiamo “discorso sulla paura”. Così, nonostante nel proprio quartiere – l’unità urbana di cui si ha esperienza diretta quotidianamente – tutto sommato ci si senta più sicuri di prima, si continua a parlare di una società sempre più pericolosa.
Il “discorso sulla paura”, a partire dal quale prendono consistenza le vampate di allarme sociale, fa leva, da un lato, sulla sensazione diffusa nelle società occidentali, tipica dell’epoca tardo-moderna, di crollo delle certezze legate al progresso e al benessere, dall’altro, sulla circolazione sociale di fatti ed esperienze raccontati in modo stereotipato come fossero la realtà quotidiana di tutti e capaci di dare concretezza alle insicurezze sociali. È una narrazione pervasiva che non riguarda solo i mass media, che dagli anni Novanta hanno aumentato considerevolmente la copertura dei fatti di criminalità, e i social media, che hanno fatto da cassa di risonanza per episodi di criminalità reali o inventati, solcando la distanza del discorso sulla paura dai dati scientifici; concerne anche la comunicazione politico-istituzionale a tutti i livelli e, infine, le forme di interazione nella vita quotidiana, fino a produrre essa stessa “fatti sociali” di cui si discute nei bar, sui mezzi di trasporto, per strada e nei luoghi istituzionali.
La questione democratica
È l’osservazione delle tendenze di fondo delle politiche di sicurezza a svelare il progetto di società che nei fatti affermano. Si sta assistendo a un’attrazione del governo della cosa pubblica nell’ambito di una logica securitaria dai tratti sempre più emergenziali e punitivi, e ciò sta creando le condizioni per uno sbilanciamento profondo del rapporto tra autorità e cittadini fissato nelle carte costituzionali e sovranazionali. In effetti, le politiche di sicurezza impattano sempre più chiaramente su libertà e diritti, rendendo più fragili le democrazie occidentali. Non è una questione solo italiana, ma riguarda pressoché tutti i Paesi del mondo. A Hong Kong, nelle Filippine, in Francia, in Tunisia, in Ungheria, in Russia – per citare solo alcuni dei casi più recenti – la sicurezza sta nel titolo di legislazioni che danno più poteri agli apparati di sicurezza, limitano le garanzie processuali, incidono sulla separazione dei poteri o criminalizzano le manifestazioni di dissenso. Siamo in presenza, in altre parole, di un mutamento di paradigma nella concezione della sicurezza pubblica che ha un impatto decisivo sulla questione democratica.
L’emersione del “discorso sulla paura”, che in Italia avviene principalmente a partire dagli anni Novanta (anche se già dalla fine degli anni Settanta se ne intravedono alcuni prodromi), ha contribuito a disarticolare la concezione welfarista della sicurezza dei diritti attorno alla rivendicazione, in chiave individualistica, del diritto a non avere più paura: la protezione del cittadino da ogni possibile rischio per la propria incolumità diventa prioritaria (prevalendo su ogni altra istanza di riconoscimento di diritti), ma anche esclusiva (riguardando solo alcuni, la cui serenità va preservata a discapito di tutti gli altri) e incontenibile: chi mai, infatti, potrà sentirsi definitivamente senza paura perché al riparo da ogni rischio? Il riconoscimento del “diritto a non avere paura” porta con sé la moltiplicazione esponenziale delle richieste di protezione e dunque l’espandersi dell’area penale e della sorveglianza sia pubblica che privata.
Non è un caso che la legislazione europea e nordamericana sulla sicurezza abbia introdotto nel corso degli ultimi decenni misure che tendono a:
- estendere l’area penalmente rilevante e anticipare la soglia della punibilità;
- ampliare il raggio d’azione delle agenzie di controllo, attraverso l’estensione delle misure di prevenzione e l’introduzione di provvedimenti di carattere amministrativo come ordinanze, ordini di allontanamento, Civility Laws e Asbo, Daspo;
- potenziare i controlli sugli stranieri, utilizzando ogni strumento disponibile per tentare di escluderli dai confini fisici e giuridici delle democrazie occidentali, anche a costo di sacrificare i loro diritti fondamentali;
- potenziare la sorveglianza comunitaria ed elettronica, favorendo più in generale l’espansione del mercato della sicurezza;
- forzare i limiti dello stato di diritto per creare forme di sospensione dalla giurisdizione ordinaria.
Gli esempi sono sempre più numerosi: solo per citarne qualcuno, dalla dichiarazione dello stato di emergenza con sospensione dei diritti costituzionali in Francia, nel 2005, dopo la cosiddetta rivolta nelle banlieue alla creazione di centri di detenzione amministrativa per stranieri; dall’utilizzo dell’esercito per strada alla diffusione sempre più capillare di sistemi di videosorveglianza; dal continuo aumento di pene per reati vecchi e nuovi alle limitazioni di libertà per categorie di soggetti indicate come sospette, con un ritorno di enfasi sui poveri e i non cittadini come “classi pericolose”.
Il “decreto sicurezza” si colloca pienamente in questo alveo politico-culturale, proponendo un’ulteriore stretta punitiva fondata sulla fede cieca nell’efficacia deterrente della pena detentiva, sull’irrigidimento dell’ordinamento penitenziario e dell’ordine nelle carceri, sull’estensione degli ambiti applicativi del diritto amministrativo punitivo, sull’incremento dei poteri di polizia e d’intelligence, su nuove forme di criminalizzazione del dissenso.
Allargando lo sguardo oltre la contingenza e l’ambito nazionale, ciò che più preoccupa dello scenario finora descritto è la propensione, sempre più evidente nelle democrazie contemporanee, a fare della “questione sicurezza” un medium tra l’affermazione di nuove leadership e il “popolo”: essa costituisce il luogo privilegiato in cui le istanze populiste possono agire sia per affermare una cultura dell’emergenza che richieda la presenza di una leadership capace (nelle promesse) di proteggere il popolo dal nemico e da élite corrotte, sia per scalfire non più solo i diritti sociali ma lo stesso sistema di principi e regole a tutela delle libertà, a partire dalla separazione dei poteri. Evidentemente, è lo stesso progetto democratico a essere sotto scacco, a vantaggio dell’affermazione di forme di “democrazia autoritaria” – espressione paradossale che sembra non scandalizzare più nessuno, ma che anzi, dall’Ungheria agli Stati Uniti, viene proposta più o meno esplicitamente come la soluzione alla crisi della democrazia e ai suoi paradossi costitutivi.
Nel noto libro Come muoiono le democrazie1, Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, a partire da un’ampia e approfondita ricerca storica, discutono di come i sistemi democratici possano essere sovvertiti non da colpi di stato o cambi di regime ma da una lenta e quasi impercettibile erosione che si consuma attraverso elezioni democratiche di leader populisti. Questi, pur lasciando vigenti costituzioni e istituzioni democratiche, le rendono sterili svuotandole di senso. Il tema non è tanto stupirsi che esistano personaggi con tali propositi (la storia ne è piena), ma comprendere se il sistema politico e istituzionale sia in grado di riconoscere il pericolo e arginarlo. I luoghi della produzione culturale, anche quelli accademici, non sono esenti da questa sfida, così esiziale, riguardante propriamente il ricercare le modalità più incisive per tenere sotto controllo i rischi per la democrazia che provengono dall’intersezione tra sicurezza e populismo.
[Il testo è una rielaborazione di Roberto Cornelli, Verso democrazie autoritarie? Paradossi, presupposti e tendenze delle politiche di sicurezza contemporanee, in «Rivista italiana di diritto e procedura penale», n. 1, 2025, p. 207 sgg.]
- Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie, trad. it. Fabio Galimberti, Laterza, 2019. ↩︎