La potenza delle minoranze

Il filosofo Rocco Ronchi smonta il mito della democrazia come baluardo antifascista. Solo le minoranze, se restano vive, possono riaccendere il fuoco della libertà

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La potenza delle minoranze

La continuità esistente tra democrazia e fascismo è sotto gli occhi di tutti. Il fascismo non ha bisogno di rinnegare la democrazia, semplicemente la porta al suo compimento, vale a dire alla sua “fine”. Assicura al “popolo” la sua indiscussa sovranità. La critica della élite è la sua parola d’ordine, il principio maggioritario è il suo verbo. Il fatto che questa sovranità sia immaginaria, perché a decidere sono solo le oligarchie economiche, non cambia lo stato delle cose: il “popolo” è infatti un costrutto immaginario e la sua “sovranità” non ha bisogno di essere un esercizio reale.

Quello che conta è solo la “volontà di credere”, dal momento che, come disse un giovanissimo Mussolini esordendo come leader del socialismo italiano (e anticipando in salsa sindacalista-rivoluzionaria il futuro fascismo), «l’illusione è forse la sola realtà». Se questo enunciato funzionava per infiammare i militanti socialisti radunatisi a Reggio Emilia nel 1912, affamati di mito e stanchi della ragione critica, è valido a maggior ragione in un tempo, il nostro, in cui la percezione della realtà è letteralmente fabbricata dalla comunicazione in rete. Il mito, aggiornato al gusto del tempo, diventa il complotto denunciato dai fanatici di QAnon.

È per coerenza al principio democratico che il fascismo vecchio e nuovo è antiliberale. Nelle democrazie liberali l’esercizio della sovranità è limitato dalla Costituzione. Nella Costituzione, e soprattutto nella memoria di quell’atto fondativo, i fascisti avvertono però una minaccia alla pace sociale di cui si fanno paladini. In questo colgono senz’altro nel segno. Se si sfogliano i libri di storia, si deve infatti prendere atto di qualcosa di così evidente da risultare impercettibile: tutte le costituzioni della storia sono direttamente o indirettamente il frutto della lotta (quasi sempre armata) di minoranze rivoluzionarie, sono cioè l’esito di una guerra civile condotta contro il “principio maggioritario”.

Il mantra che in Italia accompagna ogni manifestazione in difesa della democrazia minacciata non è forse l’appello alla Costituzione “nata dalla Resistenza”? La genesi della Costituzione, la Resistenza, costituisce, insomma, l’essenza di quell’“oggetto tecnico” estremamente raffinato che è divenuta poi la Costituzione della Repubblica Italiana, opera di una minoranza travestita da maggioranza grazie alle favorevoli circostanze storiche (la presenza delle forze alleate, la pressione comunista) e fondata sull’esclusione a priori, un interdetto del tutto “antidemocratico”, di quella che Leo Longanesi, sarcasticamente, chiamerà la «trascurabile maggioranza fascista» del popolo italiano.

La Resistenza fu certamente lotta di popolo, ma il popolo in questione, il popolo in armi, era l’embrione di un popolo a venire, un popolo che di fatto non c’era, perché quello che realmente c’era era fatto di fascisti e di indifferenti. Si rileggano, a questo proposito, le pagine in cui il mite Luigi Meneghello racconta del ritorno dei partigiani dall’isolamento nelle montagne di Asiago nelle città (Vicenza) ancora occupate dai fascisti, e vi si troverà il disgusto per un’umanità complice dell’orrore condito con la tentazione di rivolgere le armi contro quella maggioranza silenziosa che vedeva sciamare tranquillamente sulle strade. La Costituzione è stata, insomma, l’espressione di una minoranza rivoluzionaria, tant’è che la principale preoccupazione dei Padri Costituenti fu quella di garantire alle minoranze, da cui provenivano, il diritto assoluto di esercitare la loro potenza anche in situazioni di normalità istituzionale. L’odio inveterato dei fascisti per la tecnicità costituzionale nasce allora dal fatto che vi paventano una minaccia al principio democratico e l’incubatoio di una possibile “dittatura delle minoranze”.

Ma l’odio fascista per le minoranze ci fornisce anche una preziosa indicazione su come restituire alle democrazie quella vitalità che la democrazia come istituzione ha visto irrimediabilmente compromessa. Dopo Gaza, infatti, o, come meglio sarebbe dire, data Gaza, visto che lo sterminio è ancora in corso, non è più possibile credere alla superiorità morale dell’istituzione democratica. Con che faccia si può rivendicare il “valore” della democrazia liberale dopo il silenzio complice sul genocidio palestinese? (Ma, bisognerebbe anche chiedersi: con che faccia diamo lezioni di civiltà ai nuovi autocrati, Orbán, Erdoğan, ecc.?)

Dismesso l’abito del valore, la democrazia può però tornare a essere quello che è stata nel suo momento istitutivo: nient’altro che la continuazione della “guerra civile” con altri mezzi, un metodo di lotta – non il solo, ma quello più efficace all’interno di certi contesti – per affermare contro la maggioranza la potenza delle minoranze. La “minoranza” non è un mero dato numerico, non è uno stato, una condizione, una identità. Lo diventa quando è catturata dal sogno maggioritario (come accade, ma il discorso sarebbe lungo e qui non lo posso affrontare, con l’ideologia woke). Per Marx, ad esempio, il proletariato, che al suo tempo era numericamente una maggioranza, si definiva in termini di esperienza o, come diceva, in termini di «coscienza di classe». Dunque, non uno stato, non una condizione, o, almeno, non solo quello, ma una maniera dell’esistere, una “forma di vita”. Come tale era una minoranza rivoluzionaria, sebbene fosse molto numerosa. Anche “donna, vita e libertà” nell’Iran contemporaneo è una forma di vita e non solo uno status biologico/sociologico.

Al limite, come avviene adesso in Palestina, la stessa sopravvivenza, quando è minacciata di estinzione, può diventare una maniera di esistere, una forma di vita resistente. I palestinesi tutti sono una minoranza rivoluzionaria per il semplice motivo che non sono stati ancora eliminati, fatto testimoniato dalla parola sumud, che nella lingua parlata denota al contempo il vivere, il riprodursi e il resistere allo sterminio. La minoranza così intesa è dunque un ambito sperimentale, in cui si crea del futuro sulle rovine del passato di oppressione, in cui la libertà prende finalmente corpo, per qualche momento almeno. La minoranza è una potenza in esercizio che, come ogni potenza, verifica se stessa facendo esperienza del proprio limite. La democrazia, se non vuole ridursi a formula ideologica buona per giustificare avventure coloniali, se vuole essere veramente antifascista, deve portarla ad espressione.

Rocco Ronchi

Professore di Filosofia teoretica all’Università dell’Aquila e docente all’IRPA (Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata) di Milano, dirige la scuola di filosofia “Praxis” di Forlì. Si occupa di filosofia francese contemporanea e di autori come William James, Henri Bergson, Gilles Deleuze e Alfred North Whitehead, a partire dai quali ha sviluppato un pensiero dell’«immanenza assoluta». Per Castelvecchi ha pubblicato Populismo/ sovranismo. Una illustre genealogia (2024) e La rana e lo scorpione. Il canone della potenza (2025).

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