Siamo davanti a un interessante paradosso che unisce tempo, Storia e politica. Il progetto sovietico – con modalità proprie in ciascuna delle sue fasi – respingeva il passato e si legittimava attraverso il futuro, attraverso un obiettivo futuristico e profetico: la costruzione del comunismo. Il passato forniva una spiegazione per tutto ciò che di brutto e problematico c’era nel presente sovietico, in ogni parte di quel presente. Nel futuro, invece, si realizzava tutto il bene, come se fosse già stato raggiunto, già compiuto. Infatti, questa legittimazione attraverso il futuro (le cose più importanti accadono lì) è rimasta una costante fino alla fine dell’URSS.
La Russia di Putin, invece, si pone molto diversamente in relazione al tempo: è un progetto conservatore. In pratica, il futuro non viene affrontato con chiarezza, non è definito, e non è desiderato. Il futuro è l’insieme delle cose che non dovrebbero accadere; porta in sé il germe della decomposizione, la malattia del liberalismo, il virus dei diritti umani. Il futuro non presenta in effetti alcun tratto positivo, non ci si vuole assolutamente arrivare, non si vuole vivere nel tempo. Al contrario, quanto più il periodo sovietico è distante nel passato, tanto più è visto come un’età dell’oro, un’epoca di grandi vittorie, un tempo in cui l’Unione Sovietica aveva sempre buone carte nel gioco geopolitico, per così dire. Non è una coincidenza che una volta Vladimir Putin abbia definito il crollo dell’URSS come la «più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».
In questa logica, qualsiasi ex Repubblica sovietica che costruisca una narrazione storica dell’occupazione sovietica e dei suoi crimini diversa da quella ufficiale o metta in atto un processo di decomunistizzazione – come l’Ucraina, dove sono stati abbattuti migliaia di monumenti a Lenin – viene inevitabilmente inquadrata come nemico politico della Russia. Ma non si tratta di Lenin in sé, di cui ai politici russi non importa nulla. Si tratta dell’ambita unità dello spazio simbolico, di salvaguardare il discorso storico autoritario della Russia, ormai diventato strumento di politica interna ed estera, dalle critiche storiche che potrebbero indebolirlo o minarlo.
Probabilmente avremo a che fare ancora per decenni con la post-esistenza dell’URSS, con la lunga dissoluzione dell’impero nella testa delle persone, e non solo sulla carta geografica.
Negli anni Novanta, i riformatori dell’economia speravano che sarebbe bastato il libero mercato a portare la Russia alla democrazia e a creare una società libera. Invece è emersa un’economia semifeudale, dove il diritto alla proprietà privata è condizionato e in qualsiasi momento può essere arbitrariamente negato dalle autorità, dove prima comandavano gli oligarchi e poi i siloviki, gli ’uomini forti’1, che hanno privatizzato il potere dello Stato. Sono loro ad avere bisogno della nostalgia politica dell’URSS, di un ritorno ai simboli sovietici, come mezzo per creare una maggioranza filogovernativa e manipolare politicamente i Paesi vicini.
Allo stesso tempo, la storia del crollo dell’URSS insegna che certi cambiamenti, benché di portata colossale, non sono sufficienti a garantire di per sé un cambiamento di rotta politica. Sarebbe necessario, piuttosto, un insieme di misure articolate per una “giustizia di transizione”, che la società civile russa non ha avuto il coraggio di adottare trent’anni fa. Resta da vedere se avrà questo coraggio in futuro, perché la Russia finora sembra non aver imparato nulla dalla lezione del 1991.
[Testo tratto da Sergej Lebedev, Nostalgia e autoritarismo. L’eredità tossica dell’Unione Sovietica, introduzione di Andrea Gullotta, traduzione di Laura Vigilante Rivieccio, Castelvecchi, 2022, pp. 37-40].
- Dal russo сила, ‘forza’ [NdT]. ↩︎