Il fascismo come godimento. Aspetti di una teoria affettiva del politico (Parte II)

Nella seconda parte della sua teoria affettiva del politico, Morten Paul analizza il culto del leader come una seduzione affettiva condivisa. L’antifascismo, per essere efficace, deve corrispondere a una democratizzazione degli affetti, evitando pericolosi cortocircuiti emotivi

Interventi
Il fascismo come godimento. Aspetti di una teoria affettiva del politico (Parte II)

Il culto del Führer come principio di coesione

Una componente centrale del fascismo storico riceve relativamente poca attenzione nelle riflessioni di Deleuze e Guattari: il culto del Führer. Questa lacuna può forse essere ricondotta alla loro volontà di decostruire la narrazione del “popolo sedotto”. Al contrario, già cinquant’anni prima di loro, Georges Bataille pone al centro della sua analisi – volta a sondare La struttura psicologica del fascismo1 – proprio il rapporto tra le masse e il leader carismatico. Per farlo, Bataille si ricollega esplicitamente a Freud. Già nel 1921, Freud si era interrogato sulla possibilità che una formazione collettiva potesse costituirsi in assenza di un leader, arrivando però a escludere tale possibilità2. La massa, secondo Freud, si organizza infatti attraverso un meccanismo psichico di identificazione, in cui l’immagine idealizzata del capo prende il posto dell’ideale dell’Io. È questo spostamento simbolico che produce la forza di coesione psichica capace di dare forma alla massa3.

È a partire da questa intuizione che Bataille sviluppa la sua analisi. La sua indagine prende le mosse dalla constatazione secondo cui la critica dell’economia marxista necessita di un’integrazione, per riuscire a comprendere il fascismo. Secondo Bataille, infatti, il marxismo non ha saputo elaborare una comprensione adeguata del potere religioso e politico, che si manifesta emblematicamente nelle istituzioni della Chiesa e dell’esercito – non a caso oggetto privilegiato anche della riflessione freudiana.

Secondo Bataille, tutte le società umane sono determinate dalla relazione tra l’omogeneo (inteso come il mondo dell’utile e della produzione) e l’eterogeneo (inteso come la sfera dell’eccesso e dello spreco). Nella società borghese, tuttavia, il principio dell’omogeneo si assolutizza a scapito dell’eterogeneo. Da questa prospettiva, dunque, la società borghese si caratterizza per lo scambio mediato dal denaro, che rende comparabili e dunque sostituibili elementi tra loro eterogenei.

Questo meccanismo, come osserva Bataille in linea con le riflessioni marxiane, produce necessariamente quegli elementi che l’omogeneo dovrebbe invece escludere. A tal riguardo, Bataille evidenzia il caso della lavoratrice o del lavoratore, che partecipano alla produzione, ossia all’omogeneo, e sono anzi indispensabili per essa, ma che, poiché privi di mezzi di produzione propri e privati del plusvalore generato dal loro lavoro, rimangono, nell’esistenza che rimane loro, esclusi dall’omogeneo.

Ciò che caratterizza specificamente l’eterogeneo è il fatto che, in contraddizione con il mondo “ridotto” dell’omogeneo, esso costituisce il regno dell’attrazione e della repulsione, dello choc, del disgusto, ma anche del sublime – in breve, degli affetti. Tuttavia, proprio questi affetti esclusi finiscono per minacciare l’omogeneo, che si rivela strutturalmente instabile. È a partire da questa tensione che Bataille interpreta il fascismo come una forma di concentrazione e organizzazione di tali affetti, e ciò avviene in particolare nella figura del capo carismatico:

Il flusso affettivo che lo unisce ai suoi seguaci è […] la funzione della comune consapevolezza di poteri e di energie sempre più violenti e sempre più eccessivi che si accumulano nella persona del capo e diventano in lui indefinitamente disponibili4.

Ciò che rende tanto seducente questa concentrazione degli affetti è immediatamente evidente: nella figura del capo, la massa fa esperienza di se stessa – e si esperisce come forte. Ciò che in precedenza era oggetto di disprezzo si trasforma in qualcosa che si eleva al di sopra del mondo dell’eguale, e che anzi sembra essere in grado di dominarlo. Paradossalmente, tuttavia, è proprio la concentrazione dell’eterogeneo che contribuisce a mantenere in piedi il mondo dell’omogeneo. L’eccitazione diventa lo strumento dell’autorità che il capo esercita sulle masse. Nel Führer, dunque, la massa gode non da ultimo della propria sottomissione, alla quale partecipa attraverso l’identificazione con lui. Per questo il leader non può mai basarsi esclusivamente sul terrore e sulla violenza. Il suo potere necessita di un riorientamento delle attrazioni e repulsioni in ciò che Bataille chiama un’affezione interna tra leader e massa. Che in questo processo sia all’opera una forma di complicità o collaborazione è stato sottolineato anche dal sociologo Leo Löwenthal, nella sua analisi, condotta oltre dieci anni dopo, dei discorsi degli agitatori americani. Egli concepisce l’affezione interna sul modello della seduzione, ma la pensa rigorosamente come reciproca. È notevole notare come non siano necessarie forti convinzioni a tal fine. Basta un’immagine del nemico. Questa concentrazione di forza si rivolge poi (come violenza) verso l’esterno con precisione mirata.

Cosa comunicano le teorie del complotto?

Forse da qui si può aprire una connessione con ricerche sociologiche recenti che – contrariamente all’opinione comune – non hanno potuto constatare con certezza né un aumento della divisione sociale né una maggiore diffusione delle teorie del complotto negli ultimi anni. Quella che invece è esplosa è la produzione di discorso sulla polarizzazione e sulle teorie del complotto. Per questo, il sociologo Nils C. Kumkar ha proposto di definirne più precisamente la funzione comunicativa: le teorie del complotto permettono di «comunicare un’interruzione della comprensione», ossia di rescindere le basi del dialogo. Per Kumkar, evocare teorie del complotto equivale quindi, sul piano comunicativo, a una polarizzazione che non opera sulla base di differenze oggettive, ma di una logica affettiva, cioè della definizione di un nemico. E questo funziona anche (e forse persino meglio) senza credere fino in fondo che Barack Obama, le élite woke o gli ebrei siano – grazie a strumenti perfidi come la “sodomizzazione” del mondo e la “grande sostituzione” – i veri e unici artefici di un malessere direttamente rivolto contro noi stessi.

Anche Leo Löwenthal sottolinea come siano i fattori psicologici a determinare il coinvolgimento politico in una situazione di agitazione, e non un’errata valutazione della realtà. Per questo motivo, i tentativi di opporsi al fascismo correggendo le notizie sui fatti o utilizzando argomentazioni razionali sono destinati al fallimento. Löwenthal definisce la propaganda fascista nel complesso come una sorta di psicoanalisi rovesciata: al posto di una presa di coscienza, «l’agitatore mira ad approfondire gli elementi irrazionali dell’accusa originaria»5. A tal fine, egli produce cortocircuiti cognitivi e affettivi, simili a quelli descritti da Bataille.

La reciprocità dell’ebbrezza spiega anche perché la messinscena del potere fascista assuma spesso tratti grotteschi, che non fanno che accentuarne la monumentalità. Come nel caso di una coppia di innamorati il cui flirt appare spesso cringe a chi li guarda, ma i cui protagonisti sono ben consapevoli del teatrale kitsch della propria performance – rafforzando così il legame interno e il distacco dall’esterno –, allo stesso modo accade che il presidente argentino Javier Milei, brandendo una motosega davanti ai propri entusiasti sostenitori come se fosse uscito da un B-movie, susciti entusiasmo anche tra esponenti liberali tedeschi, politici di punta e giornalisti, i quali si lasciano volentieri divertire dallo scherzo di cattivo gusto del “massacro sociale”. Un meccanismo analogo è rintracciabile in altri contesti: basti pensare ai capi di Stato e di governo europei costretti, in occasione di una visita al Cremlino, a sedersi all’estremità opposta di un tavolo lungo sei metri. Una vignettista non potrebbe immaginare un cattivo da fumetto più efficace – il che, tuttavia, non attenua affatto la portata dell’umiliazione.

La non serietà del fascismo, il suo carattere da farsa grottesca, che tanto Löwenthal quanto Adorno hanno ripetutamente messo in evidenza, non costituisce affatto un motivo per abbassare la guardia. Al contrario, l’attenzione a questa peculiare teatralità del fascismo può contribuire a spiegare il suo fanatismo radicale. «Probabilmente è l’intuizione del carattere fittizio della propria psicologia di massa», scrive Adorno, «ciò che rende le masse fasciste tanto spietate quanto impermeabili»6. Qualsiasi interruzione, infatti, rischierebbe di far crollare l’intera “messinscena”. È proprio questa logica a collegare lo shitstorm digitale al pogrom fisico: the show must go on.

Evitare i cortocircuiti

Qual è il valore aggiunto di una teoria del fascismo che tenga conto degli affetti? Bataille fornisce, alla fine del suo testo, una risposta chiara: la conoscenza così acquisita si rivela «semplicemente come un’arma» in una situazione in cui «una vasta convulsione contrappone forme imperative radicali alla profonda sovversione che continua a perseguire l’emancipazione delle vite umane»7. Ma non ricade forse, in tal modo, proprio in quell’immaginario sociotecnico di controllo e canalizzazione degli affetti dal quale avremmo voluto liberarci? Nella contrapposizione tra forme radicali e imperative – intese da Bataille come dispositivi di deviazione degli affetti a fini di conservazione dell’ordine – e la forza sovversiva degli affetti stessi, egli indica tuttavia una via d’uscita dal paradigma del dominio. Una via che entra in risonanza con l’attenzione di Deleuze e Guattari per la dinamica fascista, intesa non solo come forma statica del potere, ma come forza mobile e proliferante, profondamente innervata dall’affettività.

Così inteso, il fascismo non è – contrariamente a una rappresentazione ancora largamente diffusa, che lo descrive come esito della crisi, della disgregazione sociale, dell’isolamento e dell’apatia – il prodotto di una società immobile o in rovina, bensì di una società in movimento. Finora, infatti, i regimi fascisti sono emersi all’interno di democrazie. Secondo Adorno, i movimenti fascisti sono le «cicatrici di una democrazia»8 che non è stata all’altezza dei propri stessi concetti. Con ciò, Adorno si colloca su un piano diverso rispetto ai metodi tradizionali di razionalizzazione ed educazione – ai quali, peraltro, egli stesso finisce per tornare nel finale del suo testo. Anche il filosofo Daniel Loick, commentando le immagini dei grandi imprenditori della Silicon Valley presenti all’insediamento di Trump, ha osservato che il nostro problema non è una mancanza di risorse o capacità, bensì il loro impiego distorto e regressivo – in miliardari, apparati militari e odio. «Antifascismo significa», conclude, «spendita dispendiosa di capacità, ovvero abolizione».

Un’affermazione dagli accenti fortemente batailliani. Ma cosa significa, concretamente? È un’ovvietà sostenere che un antifascismo che non voglia essere impotente debba rimuovere le condizioni che consentono al fascismo di affermarsi. Tuttavia, Loick sembra mettere in guardia contro il rischio che, nel criticare la concentrazione di potere, si finisca per demonizzare anche ciò che rende tale concentrazione così affettivamente seducente. In tal modo, l’antifascismo rischierebbe di farsi complice dell’omogeneo – di quel mondo della produzione e dell’utile le cui riduzioni ed esclusioni hanno reso possibile, e possono di nuovo rendere possibile, il fascismo.

Nello spreco sfacciato, nel disprezzo ostentato, nella trasgressione compiaciuta, nelle menzogne spudorate e nei discorsi infiniti e privi di senso dei vari Bolsonaro, Höcke e Duerte di questo mondo, si manifesta forse soprattutto una liberazione e intensificazione degli affetti (perlomeno per coloro che hanno la discutibile “fortuna” di essere ancora inclusi nell’esperienza desiderante del fascismo) – anche se per goderne occorre sottomettere altri e sottomettere se stessi. Un antifascismo sontuoso, persino generoso, non mira dunque a una minore spesa affettiva, ma alla sua democratizzazione. Contro l’onnipresenza delle espulsioni, della criminalizzazione sociale e del culto del lavoro, un antifascismo sontuoso propone, almeno per cominciare: la generalizzazione del sostegno psicosociale, un fondo straordinario di 100 miliardi di euro per la ricerca e la didattica, l’istituzione di una giornata lavorativa di quattro ore.

Insieme, potremmo allora decidere consapevolmente di rinunciare del tutto ad alcune forme di spreco: ad esempio, al consumo di petrolio, carbone e gas, alla produzione di carri armati e jet privati, ai bullshit jobs, all’invidia, al risentimento, ai programmi di colonizzazione dello spazio – e a tutte quelle attività che alimentano una concentrazione di ricchezza, potere e spreco nelle mani di pochi, anche partecipando noi stessi affettivamente a questa concentrazione. «Forse la vera società proverà disgusto dell’espansione», si legge con cautela in una riflessione di Adorno tratta da Minima moralia, «e lascerà liberamente inutilizzate certe possibilità, invece di precipitarsi, sotto un folle assillo, alla conquista delle stelle»9. Un biglietto di sola andata per Marte, tuttavia, la “società vera” potrà forse ancora permetterselo – se proprio vorrà.

Il fatto che siano proprio i tech-brothers – gli innovatori della Silicon Valley – a schierarsi dalla parte di Trump ha motivazioni economiche evidenti. Ma il comportamento di questi imprenditori della piattaforma digitale evidenzia anche un aspetto specifico dell’infrastruttura affettiva del nuovo fascismo, che distingue radicalmente la nostra congiuntura storica da quella del primo Novecento: le dinamiche di attrazione e repulsione non si sviluppano più all’interno di organizzazioni di massa tipiche della società fordista, ma trovano oggi il loro vettore principale nei social media. In questi ambienti, come ha mostrato Strick, l’obiettivo degli algoritmi – generare e trattenere engagement ai fini della raccolta dati – si salderebbe con i cortocircuiti che da sempre caratterizzano la politica affettiva del fascismo: «I riflessi non sono la conseguenza, ma il fine stesso dell’agitazione reazionaria».

Che cos’è un cortocircuito? In un impianto elettrico indica la connessione imprevista e quasi senza resistenza tra due poli con diverso potenziale, che genera una corrente altissima e surriscalda la fonte di alimentazione. Il cortocircuito innesca delle scintille perché sceglie il percorso di minor resistenza. Se interpretiamo il fascismo come un cortocircuito, allora in questa amplificazione affettiva c’è già una riduzione distruttiva. Sia in un impianto elettrico sia nell’antifascismo, vale dunque una regola fondamentale: evitare assolutamente i cortocircuiti.


  1. Georges Bataille, La struttura psicologica del fascismo, in Id., Scritti sul fascismo 1933-34. Contro Heidegger, La struttura psicologica del fascismo, a cura di G. Bianco e S. Geroulanos, Mimesis, 2010. ↩︎
  2. Freud, tuttavia, solleva la questione circa la possibilità che un’idea, una tendenza o un desiderio prendano il posto del leader. ↩︎
  3. Più recentemente, Brian Massumi ha proposto – a partire da un’analisi della personalità mediatica di Donald Trump – di spostare l’attenzione dal meccanismo psichico dell’identificazione a una forma di “aggiunzione affettiva”: una connessione tra la propria dinamica affettiva e quella incarnata dalla figura del leader. Questo approccio tocca un nodo fondamentale della dinamica di massa fascista: il suo carattere ludico, scherzoso, spettacolare – aspetti che si ritrovano già nel fascismo storico. Si veda anche Morten Paul, Disparater Medienkörper, in «Cargo. Zeitschrift für Film, Medien und Kultur», n. 66, 2025, pp. 68–74. ↩︎
  4. Georges Bataille, La struttura psicologica del fascismo, cit. ↩︎
  5. Leo Löwenthal, Letteratura e società. Alcuni obiettivi (1948), in Id., A margine. Teoria critica e sociologia della letteratura, a cura di Carlo Bordoni, Solfanelli, 2009. ↩︎
  6. Theodor W. Adorno, La teoria freudiana e la struttura della propaganda fascista, in Id., Contro l’antisemitismo, a cura di Stefano Petrucciani, manifestolibri, 1994, pp. 71-94. ↩︎
  7. Georges Bataille, La struttura psicologica del fascismo, cit. ↩︎
  8. Theodor W. Adorno, Aspetti del nuovo radicalismo di destra, Marsilio, 2020. ↩︎
  9. Theodor W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Einaudi, 2015. ↩︎

[Una prima versione del testo è comparsa su «Berlin Review», n. 9, marzo 2025, con il titolo Faschismus als Lustgewinn. Traduzione di Vito Saccomandi. La prima parte si può trovare a questo link]

Morten Paul

Studioso di letteratura e cultura, lavora al Kulturwissenschaftliches Institut di Essen. Dopo aver conseguito il dottorato a Costanza nel 2018, ha lavorato come redattore per Matthes & Seitz e August Verlag. Le sue ricerche si concentrano sulla storia del freudomarxismo e sulle teorie del fascismo.

Iscriviti alla Newsletter di Winston

Inserisci il tuo indirizzo email
Per iscriverti devi accettare la Privacy Policy