L’autoritarismo intrinseco alla Costituzione e quello possibile dei militari
La guerra dei Dodici giorni di Israele contro l’Iran, conclusasi con il fragile cessate il fuoco del 24 giugno dopo un clamoroso intervento diretto statunitense, si è ben presto rivelata un’azione che puntava non solo a scongiurare l’asserito rischio che la Repubblica Islamica potesse dotarsi di un arsenale atomico, ma anche a ridurne le capacità missilistiche e militari e, soprattutto, a favorire un cambio di regime che riconducesse l’anomalia iraniana nell’ambito di un nuovo ordine del Medio Oriente.
Non si intende qui entrare nel merito né nelle ragioni della guerra né dei suoi effettivi risultati. Piuttosto, ci si propone di valutare alcuni degli scenari che potrebbero aprirsi nel caso che un cambio di regime si realizzasse proprio per effetto di un intervento esterno, e non per dinamiche endogene alla società e alla politica della Repubblica Islamica. E se la caduta di quest’ultima potrebbe effettivamente aprire la strada ad un’evoluzione in senso democratico per il Paese, alla luce della natura delle forze in campo. A quest’ultimo proposito ci soffermeremo in particolare, nel più ampio spettro dell’opposizione all’estero, sulla corrente monarchica che fa capo a Reza Pahlavi – figlio di quel Mohammad Reza Pahlavi che fu costretto all’esilio dalla rivoluzione del 1979 – e sul ruolo del “nazionalismo dislocativo” nella cultura politica di una parte almeno dei suoi sostenitori.
L’autoritarismo teocratico della Repubblica Islamica
Necessaria tuttavia una premessa. In che misura possiamo parlare di autoritarismo, proprio a proposito della Repubblica Islamica, se non addirittura di “dittatura”, come più di qualcuno si spinge a fare? In realtà, il sistema uscito dalla rivoluzione contro la dinastia dei Pahlavi, ai quali proprio un autoritarismo repressivo fra l’altro si rimproverava, si compone di diversi elementi, in parte derivanti appunto dal modello repubblicano, in parte da quella particolare lettura dell’islam politico sciita che si identifica con il pensiero dell’Imam Ruhollah Khomeini.
In estrema sintesi, da una parte vi sono nel suo assetto istituzionale organi eletti a suffragio universale: il Parlamento o Majlis; il Presidente e capo del governo; l’Assemblea degli esperti, giuristi chiamati ad eleggere la Guida (Rahbar), massima carica politica e religiosa ora in capo ad Ali Khamenei. Dall’altra, vi è la seconda fonte di legittimità del sistema costituzionale: quella sorta di investitura divina assegnata alla Guida grazie al principio del velayat-e faqih, il vicariato del giureconsulto, coniato da Khomeini. All’autorità e ai poteri di nomina di questa figura si riconducono altri organi, come il capo della magistratura – che vigila sull’applicazione di codici in larga parte improntati alla sharia della tradizione giuridica sciita – e sei dei dodici membri del Consiglio dei guardiani, organo che vaglia la costituzionalità delle leggi e seleziona le candidature alle cariche elettive.
Oltre quattro decenni di storia della Repubblica Islamica hanno dimostrato che definire questo sistema una “dittatura” è una semplificazione: in realtà, la figura della Guida – e quella di Khamenei in particolare – ha piuttosto agito come elemento di bilanciamento tra le diverse forze in campo, alla ricerca di una sintesi che non sempre ha favorito le spinte più autoritarie e conservatrici. Lo dimostrano, per esempio, il suo ripetuto via libera ai negoziati con l’Occidente sul programma nucleare (nonostante la sua dichiarata diffidenza, in realtà poi comprovata dai fatti, verso gli interlocutori) e, per alcuni appuntamenti elettorali, l’apertura alla candidatura e successiva elezione di elementi moderati e riformisti.
È dunque l’elemento teocratico la radice dell’autoritarismo della Repubblica Islamica, in quanto ne costituisce un fondamento costituzionale. Ma al tempo stesso è anche il gioco delle forze in campo (in un panorama politico interno molto più pluralista di quanto si pensi) a determinare la misura in cui questo autoritarismo si esercita. E sempre tra questi due elementi, in perpetua contraddizione fra loro, si è dibattuto per decenni intorno alla possibilità di una riforma interna del sistema, che conducesse a un’apertura graduale e non traumatica alle istanze di una società sempre più moderna, acculturata e occidentalizzata.
Contestualmente a questo dibattito – approdato in realtà negli ultimi anni a un sempre più diffuso e radicale pessimismo sulla riformabilità della Repubblica Islamica – è cresciuta nei decenni un’opposizione interna composta da diverse voci, spesso forgiate da una dura repressione e da lunghe pene detentive per i suoi esponenti più in vista. Un’opposizione certo consapevole della necessità di fondare un’alternativa su fronti di alleanza i più vasti possibili, impegnata in un vivace dibattito interno, e che più volte si è dichiarata contraria alla guerra decisa da Israele. Ma di cui raramente si riesce a sentire la voce in Occidente, dove invece risuonano molto più potenti quelle delle diverse e spesso contrapposte formazioni della diaspora, alcune delle quali dotate di grandi risorse finanziarie e capacità di dominare sui media e i social media.
L’Iran sotto minaccia e la possibile svolta di un autoritarismo militare
Per tornare comunque alla realtà di questi mesi, e al caso di un ritorno degli scenari di guerra che ci siamo appena lasciati alle spalle, una delle ipotesi più probabili è che, per far fronte alla sua profonda crisi interna e alla crescente minaccia dall’esterno, la Repubblica Islamica possa convertirsi in una sorta di dittatura militare. Ossia in un passaggio effettivo del potere politico agli uomini forti del Sepah-e Pasdaran, molti dei quali non a caso finiti nel mirino e uccisi con impressionante precisione nella guerra di Israele. Come noto, i Pasdaran già detengono da tempo le più importanti leve del sistema economico e militare, e sono capaci di una forte influenza sulla leadership politica.
Sotto la minaccia della guerra o di una vasta e concertata azione di destabilizzazione promossa dall’interno – e tanto più nel caso di una ormai imminente scomparsa dell’anziano Khamenei – non sorprenderebbe dunque un passaggio a un regime militare controllato dal Sepah, rinnovato al suo interno da un ricambio ai vertici con gli elementi più conservatori e assertivi della nuova generazione. Il quale, prevedibilmente, accentuerebbe gli aspetti autoritari dell’attuale sistema, soprattutto in termini di repressione del dissenso, anche se potrebbe esservi un allentamento nell’enforcement delle regole di matrice religiosa, in conseguenza di un venir meno dell’autorità effettiva del clero sciita, processo probabilmente già in atto dietro le quinte.
Resta da vedere se questa eventuale presa di controllo da parte dell’ala militare avverrebbe in modo più larvato, con un rispetto almeno formale delle modalità di successione alla carica della Guida previste dalla Costituzione, o con una scelta di piena rottura rispetto agli assetti istituzionali della Repubblica Islamica.