Cosa bolle nella pentola della diaspora
Proseguiamo nel tentativo di prefigurare gli esiti di un’ipotetica caduta della Repubblica Islamica, indagando alcuni aspetti della cultura politica dell’opposizione all’estero.
Se nella prima parte si è sommariamente tratteggiato il quadro dell’autoritarismo declinato secondo l’ideologia fondante della Repubblica Islamica, oltre che del piano B rappresentato da un possibile presa totale del controllo da parte dei vertici militari, è il momento di chiedersi quali siano i progetti alternativi che si stanno elaborando all’esterno del Paese.
Ad oggi sono due, nell’opposizione della diaspora, i soggetti più organizzati, e soprattutto i più capaci di influenzare governi, parlamenti e opinioni pubbliche, per capacità finanziaria e influenza mediatica. Da una parte il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana presieduto da Maryam Rajavi – erede di quei Mujahedin del Popolo (Mko o Mek o Pmoi) che parteciparono alla rivoluzione, poi condussero un’opposizione armata alla leadership khomeinista e vennero negli anni Novanta inseriti nelle liste dei soggetti terroristici della UE fino al 2009 e degli Stati Uniti fino al 2012. Affrancato da questa eredità, il Consiglio ora promuove – con un’attiva presenza nei parlamenti occidentali e sui social media – un programma in dieci punti per l’Iran del futuro, programma fondato primariamente sulla separazione della religione dallo Stato. Dall’altra i monarchici guidati da Reza Pahlavi.
Sul primo gruppo, di apparentemente scarso seguito all’interno dell’Iran – dove gli si rimprovera l’essersi schierato con l’Iraq di Saddam Hussein nel lungo conflitto degli anni Ottanta – non ci soffermiamo in questa sede. Intendiamo invece concentrarci sul secondo, a partire dall’analisi che ci viene proposta da alcuni studiosi di origine iraniana: in particolare Billie Jeanne Brownlee e Maziyar Ghiabi dell’Università di Exeter, autori del saggio States without People: Revolt and Defeat in the Middle East (McGill-Queen’s University Press, 2025), e Reza Zia-Ebrahimi, storico dell’islamofobia e dell’antisemitismo al King’s College di Londra, autore fra l’altro di The Emergence of Iranian Nationalism: Race and the Politics of Dislocation (Columbia University Press, 2016).
Il lavoro di quest’ultimo punta a individuare una serie di assunti ideologici alla base della ridefinizione identitaria dell’Iran da parte della monarchia Pahlavi nel periodo in cui governò il Paese (1925-1979): assunti che tornano di attualità proprio alla luce del fatto che farebbero parte della mentalità di molti sostenitori di Reza Pahlavi, candidatosi a guidare la transizione democratica dopo l’eventuale caduta della Repubblica Islamica. Il 26 luglio scorso, nel corso di una Convenzione di Cooperazione Nazionale per Salvare l’Iran da lui stesso convocata a Monaco di Baviera, il principe ereditario ha promosso la seguente dichiarazione:
Noi partecipanti affermiamo con la presente il nostro impegno collettivo e incrollabile nei confronti dei seguenti principi fondamentali: integrità territoriale dell’Iran; protezione delle libertà individuali e uguaglianza di tutti i cittadini; separazione tra religione e Stato; diritto del popolo iraniano a determinare la futura forma democratica del proprio governo. Legati da una visione condivisa e da un profondo senso di responsabilità, ci impegniamo a collaborare a sostegno della transizione dall’attuale regime. Il nostro obiettivo è contribuire a gettare le basi per un Iran democratico, libero, forte e prospero, che rifletta la volontà e la dignità del suo popolo e rivendichi il suo legittimo posto nella comunità globale.
Il 17 giugno, mentre Israele bombardava l’Iran in una guerra che avrebbe causato oltre mille morti, Pahlavi mandava un messaggio ai suoi connazionali (tuttora presente sul suo profilo X), di cui pubblichiamo alcuni stralci: «La Repubblica Islamica è giunta alla fine ed è in procinto di crollare. Khamenei, come un topo spaventato, si è nascosto sottoterra e ha perso il controllo della situazione. Ciò che è iniziato è irreversibile. Il futuro è luminoso e, insieme, supereremo questa brusca svolta della storia». Dopo aver dichiarato la sua vicinanza ai «cittadini indifesi», feriti o caduti nella guerra provocata dalla «propaganda guerrafondaia e dalle illusioni di Khamenei», Pahlavi sottolineava: «l’apparato repressivo del regime sta crollando. Tutto ciò che serve ora è una rivolta nazionale per porre fine a questo incubo una volta per tutte».
«Ora è il momento di sollevarsi; il momento di riprendersi l’Iran. Facciamoci avanti tutti – esortava elencando una ventina di città iraniane – e promuoviamo la fine di questo regime». «Non temete il giorno dopo la caduta della Repubblica Islamica – assicurava -: l’Iran non sprofonderà nella guerra civile o nell’instabilità. Abbiamo un piano per il futuro dell’Iran e per la sua prosperità. Siamo preparati per i primi cento giorni dopo la caduta, per il periodo di transizione e per l’istituzione di un governo nazionale e democratico». E invitava le forze armate e dell’ordine a «non schierarsi» contro il popolo e partecipare invece alla «costruzione del futuro dell’Iran». Insomma, l’erede al trono vedeva nella guerra di Israele e degli Stati Uniti l’occasione per la spallata finale a un regime prossimo al collasso, candidandosi nel contempo ad accompagnare gli iraniani verso una libera e democratica scelta del tipo di governo che avrebbero preferito.
In attesa di vedere se e come le sue previsioni si realizzeranno, e quale misura di consenso verso la sua figura si manifesterà eventualmente nel Paese, proviamo ad analizzare alcuni nodi della ideologia che anima i monarchici della diaspora. E a chiederci se essa si potrebbe effettivamente dimostrare, nel caso di una presa del potere, la premessa di un futuro pienamente democratico o piuttosto di una nuova, larvata forma di autoritarismo.
Il mito del “nazionalismo dislocativo” e l’islamofobia della nuova destra
Nella visione dell’Iran che si sviluppò durante la monarchia Pahlavi – mi scuso con Zia-Ebrahimi per l’estrema sintesi – si sviluppò in alcune élite intellettuali il cosiddetto “nazionalismo dislocativo”: una forma di nazionalismo che, con l’intento di riaffermare e promuovere il valore politico e culturale dell’Iran e della sua storia millenaria, incorporava categorie e pregiudizi nati invece nel mondo occidentale. In questo rinunciando all’appartenenza alla regione asiatica e mediorientale in cui l’Iran è geograficamente inserito e ha compiuto la propria espansione imperiale. E quasi disconoscendo la stessa tradizione islamica, innestata sì dall’invasione araba del VII secolo d.C., e che mise sì in ombra la grande eredità del pensiero zoroastriano, ma di cui la Persia imperiale si fece attivo promotore tra i popoli vicini.
Rinnegando di fatto la geografia e la storia, il nazionalismo “dislocativo” tentava di ricollocare la nuova identità iraniana in Occidente, come in una emblematica frase attribuita a Mohammad Reza Pahlavi: l’Iran, avrebbe detto l’ultimo sovrano all’ambasciatore britannico Sir Anthony Parsons, si trovava in Medio Oriente per un semplice «incidente geografico», mentre in realtà gli iraniani appartenevano a pieno titolo alla famiglia europea.
Questa ideologia “dislocativa” si basava però su assunti concettuali non solo antistorici e alieni, ma anche contestati e rinnegati dalla stessa cultura europea in cui si erano recentemente formati. È il caso del concetto di “razza ariana”, a cui si voleva orgogliosamente ricondurre anche le origini dell’antica civiltà persiana. È ancora il caso della contrapposizione tra razza ariana e razze semite, con un connotato spregiativo assegnato però non agli ebrei, percepiti come affini, ma agli arabi, considerati invece come “colpevoli” di quell’invasione che avrebbe imposto, alla superiore civiltà persiana e zoroastriana, la più rozza e primitiva cultura dell’Islam. Con la conseguente condivisione di quella islamofobia che, con il mai definitivamente scomparso antisemitismo, è una delle peggiori versioni del razzismo coloniale europeo.
«La monarchia Pahlavi – scrivono Maziyar Ghiabi e Billie Jeanne Brownlee – si impegnò a definire l’identità iraniana come appartenente esclusivamente ed eccezionalmente ai persiani preislamici»1. Questa operazione culturale era però «in palese dissonanza con la pluralità linguistica e la composizione etnica dell’altopiano iraniano e delle forme di governo iraniane» per lungo tempo durature. La fusione di “persiano” con “iraniano” divenne un tratto distintivo – proseguono i due studiosi – delle affermazioni secondo cui il popolo iraniano fosse discendente degli ariani, «un luogo comune che ha perso la sua legittimità accademica, ma che continua a ricorrere nell’immaginario popolare».
Mohammad Reza non rinnegò l’Islam sciita come religione della sua famiglia – precisano gli autori – ma «fece ampio uso del simbolismo zoroastriano e dell’antica semantica mitologica persiana per caratterizzare il suo governo e la sua dinastia», adottando segni che «legittimavano lo scià come erede dell’antico regno dei persiani e non come sovrano dinastico successivo alle dinastie safavide e qajara», entrambe di etnia turca e di religione sciita. Il modello ariano era dunque una sorta di «invenzione etno-culturale» utile a dimostrare l’appartenenza dell’Iran alla modernità globale.
Pienamente accolto da Mohammad Reza, il modello ispirò fra l’altro le sue grandiose e costosissime celebrazioni dei 2500 anni della monarchia imperiale nel 1971, con illustri invitati di sangue blu nel sito vicino a Persepoli. E dopo la rivoluzione del 1979 si perpetuò nell’autopercezione identitaria della diaspora iraniana negli Stati Uniti, che «ha contribuito – rilevano gli studiosi – a rappresentare l’Islam come minaccioso e barbaro». «È diventato un cliché considerare le prime ondate di iraniani che partirono per gli Stati Uniti come emblematiche del revival monarchico e nazionalista di destra», osservano ancora Brownlee e Ghiabi nel loro libro, centrato su come i fallimenti della recente stagione di rivolte in diversi Paesi del Medio Oriente abbiano aperto la strada a diverse guerre civili e all’affermazione di una nuova destra politica, militarista e suprematista. I “suprematisti persiani” o “suprematisti ariani” in Iran e tra gli iraniani di lingua persiana nella diaspora statunitense, sottolineano, «hanno spesso abbracciato una retorica antislamica e antiaraba».
Proprio come i primi teorici del nazionalismo dislocativo – scrive Reza Zia-Ebrahimi – «percepivano il clero e i despoti come servitori della causa araba in Iran (quella di distruggere la cultura e l’identità dell’Iran), i nazionalisti dislocativi moderni sono convinti che i mullah della Repubblica Islamica siano in qualche modo di discendenza araba (arabzadeh) e intrinsecamente ostili a ciò che percepiscono come autentica iranità»2. «Chiunque abbia visitato l’Iran – prosegue – avrà sentito alcuni iraniani maledire gli arabi, che “hanno portato l’Islam in questa terra ariana 1.400 anni fa, per la miseria che la Repubblica Islamica ha portato su di loro. […] Avrete sicuramente sentito alcuni iraniani opporsi al sostegno dello Stato palestinese perché “i palestinesi sono arabi” e come tali sono da incolpare» per l’operato della Repubblica Islamica. Infine, «chiunque abbia accesso ai social network popolari tra gli iraniani ha avuto un assaggio della vivacità e virulenza del nazionalismo dislocativo in alcuni segmenti della società iraniana (soprattutto nella diaspora), del rinnovato culto della monarchia Pahlavi, del rinnovato odio per tutto ciò che è islamico e della ricomparsa del simbolismo preislamico».
Ma la costruzione del modello ariano-persiano è soprattutto coerente, evidenziano da parte loro Brownlee e Ghiabi, con uno degli elementi distintivi della cultura della destra: una definizione del concetto di “popolo” che ne stabilisce i caratteri esclusivi, in contrapposizione ad altri popoli o etnie, parallela o propedeutica alla distinzione tra popolo “amico” e popolo “nemico”. L’islamofobia contemporanea, che pur «mantiene un posto legittimo nella maggior parte del mondo occidentale», sarebbe infatti frutto dello stesso procedimento con cui si costruì l’antisemitismo tra XIX e XX secolo.
Ma la consapevolezza di questa comune genesi sembra assente nella geopolitica delle ultime tragiche guerre, dove si sono visti elementi della diaspora non mostrare alcuna apparente solidarietà con le vittime arabe e palestinesi a Gaza, e lo stesso Reza Pahlavi appoggiare di fatto l’attacco di Israele in Iran, attribuendone ai vertici della Repubblica Islamica la responsabilità e vedendovi l’occasione per partecipare all’auspicato cambio di regime.
In questo Pahlavi certamente attingeva all’eredità storica delle buone relazioni tra l’Iran dei Pahlavi e lo stato di Israele, e alla positiva condizione degli ebrei iraniani durante la monarchia. Ma i nazionalisti dislocativi dimenticano che la stessa “disumanizzazione” delle vittime palestinesi, cui assistiamo inermi da almeno due anni, potrebbe riguardare anche, come già in parte accaduto nei dodici giorni del conflitto di giugno, le vittime iraniane. Accreditarsi come “ariani” bianchi ed europei, se non come frutto di uno scherzo della geografia, non rappresenta infatti di per sé una garanzia di auto-salvaguardia, rispetto alle stritolanti dinamiche della geopolitica che si è fatta guerra.
Ai disegni per il Medio Oriente dei nuovi demiurghi di Washington e Tel Aviv, infatti, potrebbe essere più funzionale un Iran vassallo e neo-colonizzato, se non addirittura territorialmente diviso e balcanizzato. Con buona pace del fiero orgoglio nazionalista rivendicato non solo dall’opposizione iraniana della diaspora, ma anche – in questi decenni di scomoda e plurisanzionata indipendenza – le autorità della Repubblica Islamica. Le quali si sono del resto subito attivate per raccogliere nuovo consenso dal popolo ferito dal conflitto, proprio sollecitandone il sentimento patrio. Confermando ancora una volta la capacità di tenuta del sistema.
D’altronde, in questi decenni, anche la Repubblica Islamica ha fatto propri i simboli neo-achemenidi (legati in particolare all’epica figura di Ciro il Grande, fondatore del primo impero nel VI secolo a.C.) per sostenere un senso di appartenenza alla nazione alternativo all’universalismo islamico lanciato da Khomeini nei primi anni post-rivoluzione, ma poi sempre meno convincente per gli iraniani.
Interrogarsi sul futuribile può aiutare a conoscere gli attori del presente
Siamo arrivati fin qui avventurandoci nell’insolito campo del futuribile, cioè interrogandoci su quale potrebbe essere la natura del nuovo sistema di governo in Iran, nell’ipotesi di una prossima caduta della Repubblica Islamica. Esercizio rischioso, perché basato non su fatti reali ma, appunto, ipotetici. Tuttavia, anche i periodi ipotetici (della realtà o dell’irrealtà che siano) possono avere un senso se aiutano a interrogarsi sugli attori in campo, candidabili a guidare i processi di cambiamento.
Nel caso dei monarchici, a fronte delle riportate dichiarazioni di intenti del loro leader, le analisi degli studiosi citati ha enucleato nel pensiero di una parte almeno di loro alcuni assunti ideologici poco compatibili con un’autentica cultura democratica e con i principi base di uno stato di diritto, a partire da quello dell’uguaglianza. Un anacronistico suprematismo ariano e sentimenti antiarabi e islamofobici – accompagnati alla simpatia e al sostegno per Israele, anche quando il suo governo viene accusato di crimini contro l’umanità e violazioni del diritto internazionale – non possono che metterci in guardia di fronte alla possibilità che questa cultura politica possa guidare una transizione democratica dopo l’eventuale caduta di questo regime.
Sempre che a tale caduta non si accompagni, nonostante le esplicite rassicurazioni dello stesso Pahlavi, una guerra civile che muterebbe gli scenari oltre ogni possibile previsione. Ma anche fermandosi ai fatti, l’evidente allineamento di Pahlavi con gli Stati Uniti e Israele fa pensare che una sua eventuale assunzione della leadership nella transizione potrebbe essere funzionale, se non subordinata, ai progetti di Washington e Tel Aviv per un nuovo Medio Oriente. Progetti sui quali potrebbero per primi franare proprio i sogni, o le illusioni, di quel nazionalismo “dislocativo” di cui si è parlato fin qui, aprendo forse nel contempo la strada a nuovi autoritarismi.
Si ringrazia Tara Rava, analista geopolitica con focus su Medio Oriente e Iran, per la segnalazione di alcuni importanti contenuti di questo articolo e della sua recente conversazione con Reza Zia-Ebrahimi. Il presente articolo è aggiornato all’1 agosto 2025.