Dieci tesi sulla nuova era – Prima parte

Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca il mondo volta pagina. L’ordine liberale va in frantumi, tornano logiche di forza e di impero, le democrazie si svuotano e l’estrema destra, insieme ai tecno-oligarchi, detta il ritmo di una nuova e inquietante fase globale. Siamo in una nuova era

Interventi
Dieci tesi sulla nuova era  – Prima parte

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio del 2025 ha segnato l’inizio di una nuova era. Il nostro “mondo di ieri”, per dirla con Stefan Zweig, è finito. Kaputt. Conviene rendercene conto quanto prima. Siamo entrati in una nuova fase storica, le cui caratteristiche sono, naturalmente, ancora incerte. Provo a tratteggiarne i contorni a partire da dieci tesi.

1. Il neoimperialismo sostituisce l’ordine globale liberale

L’ordine globale liberale creato alla fine della Seconda Guerra Mondiale – fragile, perfettibile, a volte misconosciuto, sovente non rispettato – è sostituito da una logica imperiale retta da un mix di legge della giungla – il più forte si impone –, ripartizione di zone di influenza – «geopolitica emisferica» è stata definita la nuova dottrina trumpista1 – e approccio transazionale. Ucraina, Venezuela, Taiwan, Gaza lo dimostrano. Probabilmente sono solo l’inizio. L’approccio diplomatico e il multilateralismo sono cose del passato: agli organismi sovranazionali come l’ONU non viene riconosciuta più nessuna autorità, nemmeno formale. Come l’ha definita Giuliano da Empoli, è scoccata «l’ora dei predatori»2.

Se proprio vogliamo fare un parallelismo storico, la nuova era assomiglia all’epoca dell’imperialismo di fine Ottocento: non a caso, Make Colonialism Great Again è uno slogan che circola negli ambienti MAGA. Nel caso degli USA, però, si tratterebbe di un iper-imperialismo, ossia un nuovo tipo di imperialismo caratterizzato da un’egemonia militarizzata, coercitiva e tecnologicamente imposta sul Sud Globale a causa della fase di declino vissuta dal Nord Globale3. Non sarebbe dunque un ritorno all’epoca imperialista classica né al precedente ordine westfaliano, ma piuttosto un sistema internazionale “neo-monarchico” strutturato da un piccolo gruppo di élite iper-privilegiate che cercano di legittimarsi facendo appello alla propria eccezionalità con l’obiettivo di creare nuove gerarchie materiali e di status4.

2. Il neoliberalismo ha spianato la strada al nuovo autoritarismo

Le fondamenta della nuova era si stanno costruendo su quelle che Wendy Brown ha definito le macerie del neoliberalismo5. Siamo arrivati a questo punto a causa dei tre decenni di egemonia neoliberista che, a forza di picconate, ha abbattuto i muri portanti dell’edificio che a fatica era stato costruito dopo il 1945. In primis, le politiche neoliberiste – privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, riduzione della spesa sociale, ecc. – hanno indebolito il modello di Welfare State, aumentando le disuguaglianze e rompendo la coesione sociale. Tutto ciò, secondo punto, è stato rafforzato dal fatto che, in quanto ideologia, per quanto “invisibile”, il neoliberalismo ha inculcato una serie di valori, quali l’individualismo esacerbato e la competitività estrema, fino al punto di stringere un’alleanza con le componenti etnonazionaliste e identitarie della destra6.

In terzo luogo, il concetto stesso di democrazia è stato svuotato del suo componente sociale: la democrazia formale – rispetto di (alcune) regole e procedimenti – ha preso il posto della democrazia sostanziale che ha come obiettivo l’uguaglianza. In quarto luogo, in un quadro segnato dalla globalizzazione di marca neoliberista il potere effettivo si è spostato verso le élite economiche con la conseguente configurazione di un sistema postdemocratico, in cui i corpi intermedi – partiti, sindacati, associazioni della società civile – si sono lentamente sgretolati, la partecipazione è evaporata e la personalizzazione della politica, facilitata anche dalla trasformazione dei media, ha favorito l’emergere di fenomeni “populisti”7. Infine, quinto punto, le politiche neocon posteriori all’11 settembre 2001 – guerra al terrorismo, invasioni di Afghanistan, Iraq, Libia – hanno eroso l’ordine internazionale, fallendo miseramente, detto en passant, nell’intento di esportazione della democrazia liberale.

Come allertò Mark Lilla da una prospettiva prettamente statunitense, al modello rooseveltiano subentrò a fine anni Settanta il modello reaganiano che, pur entrando in declino con la Grande Recessione del 2008, fino a poco fa non aveva ancora trovato un sostituto8. Visto a posteriori, l’obamismo, sussulto di una svolta, è stato l’ultimo tentativo per mantenere in piedi un paradigma declinante, rinnovandone solo la facciata ma non cambiandone la sostanza.

3. I tecno-oligarchi catturano lo Stato

Nell’epoca del neoliberalismo trionfante, la connivenza tra potere politico e potere economico è stata un dato di fatto. Ci sono state resistenze, più o meno forti a seconda dei Paesi. Si è mantenuta (non sempre) una parvenza di rispetto delle regole del gioco: le influenze delle élite economiche erano visibili, ma si tentava (almeno un po’) di dissimularle. Nella nuova era, invece, quello che si vuol fare, lo si fa e lo si dice, senza nasconderlo. Vale per la geopolitica, come per le relazioni con i poteri economici.

Da una parte, Trump bombarda Caracas e arresta Maduro per controllare direttamente i pozzi petroliferi venezuelani: la parola “democrazia” non è presente nei suoi discorsi e non è nemmeno lontanamente un obiettivo, seppur di facciata. Dall’altra, i robber barons del terzo millennio hanno stretto esplicitamente un’alleanza strategica con i nuovi leader autoritari: i tecno-oligarchi della Silicon Valley non solo vogliono riempirsi le tasche di soldi, ma, primo, difendono apertamente progetti autoritari e antidemocratici – nuove monarchie assolute efficientiste governate da re-CEO, sul modello del Qatar o Singapore, nelle teorizzazioni di Curtis Yarvin, uno dei loro intellettuali-cortigiani di punta – e, secondo, vogliono essere «intellettuali legislatori», per dirla con Evgeny Morozov9.

In soldoni, con i Peter Thiel, gli Elon Musk, i Marc Andreessen e gli Alex Karp, siamo passati dal connubio tra politica ed economia di stampo neoliberista “classico” all’esplicita volontà di catturare lo Stato mediante la creazione di un «complesso tecnologico autoritario» che ha l’obiettivo di controllare le infrastrutture di governance10.

4. Le autocrazie elettorali soppiantano le democrazie

Nella nuova era la democrazia, finanche nella sua versione formale, è considerata una suppellettile inutile. E infatti è ridotta al lumicino. Già nell’era del neoliberalismo declinante, ossia dal 2008 in avanti, la percentuale di popolazione che a livello mondiale vive in democrazia è diminuito continuamente fino a un misero e preoccupante 28% nel 202411. Il trend è evidente. Da una ventina d’anni stiamo vivendo la prima grande ondata di autocratizzazione dopo la Seconda Guerra Mondiale, ossia sempre più paesi diventano autocrazie elettorali. Mantengono, cioè, una parvenza di rispetto delle regole democratiche – perfino nella Russia putiniana si celebrano elezioni –, ma la democrazia è, nel migliore dei casi, un guscio vuoto. Che ci piaccia o meno, l’epoca che si è aperta vuole essere l’era delle autocrazie12.

5. L’estrema destra è l’attore principale della nuova era

Insieme ai leader forti – leggasi autoritari – al potere in mezzo mondo – Putin, Xi Jinping, Erdogan, Modi, i petromonarchi del Golfo, ecc. –, in Occidente l’estrema destra rappresenta al meglio questa nuova era. Di fatto, avanza elettoralmente dovunque ed è arrivata al potere in diversi Paesi – dagli Stati Uniti all’Argentina, da Israele all’Italia, dall’Ungheria a El Salvador e al Cile – dove instaura sistemi autocratici elettorali: la separazione dei poteri è erosa, il pluralismo informativo attaccato, i diritti spariscono. Il leader forte si pretende rappresentante del popolo, disprezza i controlli democratici e avvia un progetto etnonazionalista reazionario.

Pur esistendo divergenze e peculiarità nazionali – d’altronde, ogni partito è frutto delle culture politiche locali –, l’estrema destra deve intendersi come una grande famiglia globale. I riferimenti ideologici e le strategie politiche e comunicative utilizzate sono difatti gli stessi. Partecipano inoltre alle stesse reti transnazionali formate da fondazioni, istituti e think tanks che in questi anni hanno lavorato indefessamente per elaborare un’agenda comune, esportabile e adattabile ai diversi contesti: vedasi la Heritage Foundation o la rete National Conservatism. Per di più, Trump, Milei, Bukele, Orbán, Netanyahu, Meloni, Abascal, Ventura, Weidel, Le Pen, Farage, Wilders, Bolsonaro, Kast e compagnia credono di star combattendo la stessa battaglia contro nemici comuni, ossia la sinistra, il liberalismo, il globalismo, la cultura woke, il politicamente corretto. Le loro coalizioni sembrano fragili perché formate sovente da settori con interessi diversi – si pensi al trumpismo –, ma al momento la speranza che si sfaldino non è altro che un wishful thinking.

[La seconda parte si può trovare a questo link]


  1. Klaus Dodds, Geopolítica hemisférica: comprender la doctrina Trump, «El Grand Continent», 5 gennaio 2026: https://legrandcontinent.eu/es/2026/01/05/geopolitica-hemisferica-comprender-la-doctrina-trump/. ↩︎
  2. Giuliano da Empoli, L’ora dei predatori. Il nuovo potere mondiale visto da vicino, Einaudi, 2025. ↩︎
  3. Vedasi Gisela Cernadas, Mikaela Nhondo Erskog, Tica Moreno, Deborah Veneziale, Hyper-Imperialism: A New Stage of Historical Evolution of Imperialism, «World Marxist Review», vol. 1, n. 2, 2024, pp. 127-150: https://doi.org/10.62834/zwx4w435. ↩︎
  4. Stacie E. Goddard, Abraham Newman, Further Back to the Future: Neo-Royalism, the Trump Administration, and the Emerging International System, «International Organization», vol. 79, n. 1, 2025: https://doi.org/10.1017/S0020818325101057. ↩︎
  5. Wendy Brown, In the Ruins of Neoliberalism: The Rise of Antidemocratic Politics in the West, Columbia University Press, 2019. ↩︎
  6. Vedasi George Monbiot, Peter Hutchison, The Invisible Doctrine: The Secret History of Neoliberalism (& How It Came to Control Your Life), Allen Lane, 2024 e Quinn Slobodian, Hayek’s Bastards: The Neoliberal Roots of the Populist Right, Allen Lane, 2025. ↩︎
  7. Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, 2003. ↩︎
  8. Mark Lilla, L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica, Marsilio, 2018. ↩︎
  9. Evgeny Morozov, Oligarcas intelectuales legisladores, «Nueva Sociedad», n. 318, 2025: https://nuso.org/articulo/318-oligarcas-intelectuales-legisladores/. ↩︎
  10. Vedasi The Authoritarian Stack. How Tech Billionaires Are Building a Post-Democratic America — And Why Europe Is Next, progetto coordinato da Francesca Bria: https://www.authoritarian-stack.info/. ↩︎
  11. Marina Nord, David Altman, Fabio Angiolillo, Tiago Fernandes, Ana Good God, Staffan I. Lindberg, Democracy Report 2025: 25 Years of Autocratization – Democracy Trumped?, University of Gothenburg, V-Dem Institute, 2025: https://www.v-dem.net/documents/60/V-dem-dr__2025_lowres.pdf. ↩︎
  12. Steven Forti, Democracias en extinción. El espectro de las autocracias electorales, Akal, 2024. ↩︎

Steven Forti

Nato a Trento ma da anni residente in Spagna, è professore di Storia contemporanea all’Università Autonoma di Barcellona, dove si occupa di fascismi, nazionalismi e populismi nell’epoca contemporanea. È coordinatore locale del progetto di ricerca europeo “Analysis of and Responses to Extremist Narratives” (ARENAS) e membro del comitato editoriale di «Ayer», «Spagna Contemporanea», «CTXT» e «política&prosa». Per Castelvecchi ha pubblicato Estrema destra. Cos’è e come combatterla (2025).

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