6. Più che fascismo, si tratta di anti-illuminismo
Si ripete spesso che quello che stiamo vivendo è il ritorno del fascismo, più o meno sotto altre spoglie. Benché esistano elementi di continuità tra il fascismo storico e le estreme destre del terzo millennio – in alcuni paesi più che in altri –, il concetto di “fascismo eterno” proposto oltre trent’anni fa da Umberto Eco ci porta fuori strada1. Come sottolinea Santiago Gerchunoff, l’uso compulsivo del termine – declinato nei modi più disparati: fascismo tardivo, fascismo fossile, tecnofascismo, ecc. – mostra piuttosto «il desiderio di trovare una parola magica che scongiuri il pericolo di astrazione del nostro mondo e che allo stesso tempo chiuda ogni discussione»2. Ci rassicura, per così dire, chiamare fasciste le nuove estreme destre perché, in un certo senso, ci dà la falsa certezza di sapere cosa abbiamo di fronte.
Ma le caratteristiche della nuova era non sono le stesse del periodo interbellico: è passato oramai un secolo dai regimi di Hitler e Mussolini. Il mondo è cambiato profondamente e le nostre società lo hanno fatto di conseguenza: la politica di massa non esiste più, l’atomizzazione è il marchio di fabbrica della nuova epoca. Tra l’altro, nemmeno in passato, in quel “mondo di ieri” morto e sepolto, tutti gli autoritarismi erano fascisti. Mettiamola così: si può essere reazionari, nazionalisti, autoritari e antidemocratici e non per forza si è fascisti. Si badi bene: ciò non rende meno grave la situazione. Quella che abbiamo davanti agli occhi è una nuova estrema destra che difende un autoritarismo postliberale efficientista e antiegualitario. Le sue radici affondano nel pensiero antilluminista e nel reazionarismo antiliberale della fine del Settecento. Insomma, è una cultura politica – plurale, eterogenea – di lungo corso che si è abbeverata da diverse sorgenti.
7. L’estremismo è il nuovo mainstream
Negli ultimi decenni le idee estremiste si sono normalizzate. La finestra di Overton si è spostata radicalmente verso l’estrema destra: idee considerate inaccettabili sono diventate di senso comune e, ultimo step, vengono incluse nell’ordinamento giuridico. In Russa e Ungheria, l’omosessualità è paragonata legalmente alla pedofilia. Negli Stati Uniti dichiararsi antifascisti comporta essere considerati membri di un gruppo terrorista. Ormai non scandalizza quasi più che importanti influencer MAGA affermino in pubblico che le donne non dovrebbero avere diritto di voto, che il presidente argentino Javier Milei consideri la giustizia sociale un cancro da estirpare o che membri del governo israeliano definiscano i palestinesi degli «animali» e rivendichino un genocidio in mondovisione. Fantasie cospirative vengono affermate a destra e a manca, a partire da quella della Grande Sostituzione, secondo cui è in atto un piano delle élite globaliste per sostituire la popolazione europea con immigrati musulmani. Il presidente della prima superpotenza mondiale può ripetere che vuole annettere territori, incluso quello di paesi alleati come la Groenlandia o il Canada, in spregio al diritto internazionale. Referenti intellettuali della nuova estrema destra, come Curtis Yarvin, trovano seguito affermando che le democrazie dovrebbero essere sostituite da nuove monarchie assolute e che i poveri dovrebbero essere rinchiusi in una stanza e attaccati giorno e notte alla realtà virtuale.
La nuova era non è solo l’epoca della post-verità, della disinformazione e delle fake news, ma anche quella in cui l’estremismo è diventato il nuovo mainstream. Oltre alle conseguenze dell’egemonia neoliberista, non si può capire questo cambiamento senza tenere in conto l’impatto delle nuove tecnologie che hanno permesso la viralizzazione delle idee e delle narrative estremiste e, dunque, la normalizzazione dell’estrema destra e dell’autoritarismo. Non a caso, le ultime due parole dell’anno dell’Oxford Dictionary sono state, nel 2024, brain rot – ossia “marciume cerebrale” o “cervello putrefatto”, in relazione al deterioramento mentale dovuto all’eccessivo consumo di contenuti online di bassa qualità – e, nel 2025, rage bait – ossia “esca della rabbia”, riferendosi a contenuti online creati per indignare e generare reazioni emotive forti, sfruttando la polarizzazione e il funzionamento degli algoritmi delle piattaforme social.
8. Partiti e istituzioni democratiche vivono in una paralisi incapacitante
Malgrado qualche vittoria elettorale e qualche decisione azzeccata, la maggioranza dei partiti e delle istituzioni democratiche non si sono rese conto che tutto è cambiato. Ragionano con i vecchi paradigmi e propongono ricette d’antan che, al di là di essere irrealistiche in questi anni Venti del Ventunesimo secolo, non hanno più nessun appeal nemmeno tra chi le difende.
L’establishment liberale si è visto crollare il terreno sotto ai piedi, ma invece che dare un balzo – o, almeno, provarci, come ha esortato a più riprese Mario Draghi, uno dei pochi lucidi esponenti delle vecchie élite – cerca di rimanere attaccato all’ultimo brandello di roccia, finendo solamente, nella migliore delle ipotesi, per allungare la propria agonia. L’esempio più lampante è la risposta della Commissione Europea alle minacce di Trump, con Ursula Von der Leyen che si inginocchia in un campo di golf scozzese ai dettami del nuovo autoeletto imperatore di Mar-a-Lago e Kaja Kallas che fa finta che non sia cambiato nulla nelle relazioni tra Bruxelles e Washington.
Nel peggiore dei casi, mostrando una miopia incredibile, l’establishment liberale cerca di copiare le estreme destre con l’obiettivo di evitare di essere cannibalizzato e superare quello che crede essere un uragano passeggero, finendo però per asfaltare un’autostrada all’autoritarismo postliberale. Così vediamo una destra democratica in netto declino e in profonda crisi di identità – da Merz a Macron, da Tusk a Von der Leyen – e finanche una parte della sinistra socialdemocratica che ha perso completamente la bussola – da Starmer a Frederiksen – approvare politiche conservatrici e reazionarie su immigrazione, difesa, sicurezza, diritti o ambiente. Pur con i loro errori e le loro incapacità, sono pochissimi – Lula, Sánchez, Sheinbaum, Petro, Mamdani – coloro che sembrano cogliere il nocciolo della questione: niente tornerà come prima.
9. La religione ritorna ad essere un’arma politica
La nuova era è segnata da una rinnovata centralità dell’uso politico della religione in tutte le latitudini. Se il tema non è nuovo nel mondo musulmano o in quello induista, lo è indubbiamente in Occidente dove, dopo decenni di secolarizzazione, avevamo dato la religione per ammortizzata. Seppur atei e agnostici aumentino, i nuovi leader autoritari la utilizzano più che mai, ammantandosi della supposta protezione di Dio, quali novelli monarchi assoluti per grazia divina.
Ne troviamo le declinazioni più disparate sia nel mondo cattolico che in quelli protestante, evangelico, ortodosso, ma anche nell’ebraismo, nell’induismo o nell’islam: la benedizione dell’invasione dell’Ucraina da parte del patriarca Kirill; i riferimenti all’Antico Testamento di Netanyahu per giustificare il genocidio di Gaza o l’occupazione della Cisgiordania; l’uso che dell’induismo fa Modi; Trump che si considera salvato da Dio per essere scampato al tentato omicidio di Boulder; Milei che cita compulsivamente la Torah; Bolsonaro che si fa battezzare nel fiume Giordano; la difesa dell’identità cristiana dell’Ungheria e dell’Italia da parte di Orbán e Meloni; i riferimenti alla Reconquista di Abascal e Ventura… ma, per rimanere agli Stati Uniti, basta pensare ai funerali del suprematista bianco Charlie Kirk, ai tatuaggi del segretario della Guerra Pete Hegseth – la scritta “Deus Vult” e la croce di Gerusalemme, simbolo del suprematismo bianco e riferimento alle crociate medievali – o alle elucubrazioni pseudo-teologiche di Peter Thiel sull’apocalisse e l’Anticristo. Un nuovo tipo di nazionalismo cristiano, che va mano nella mano con il sionismo ebraico, è sempre più presente con alle spalle pensatori come Yoram Hazony o Rod Dreher e sempre più attivo anche nelle basi dell’estrema destra. È una religione declinata in modo aggressivo, escludente e identitario.
10. La risposta al Che fare? può solo essere collettiva
La risposta all’annoso quesito leniniano non cadrà dal cielo, né sarà formulata da qualche intellettuale. Potrà nascere solo dalla società, ovvero potrà essere solo collettiva. Temo che ci vorrà del tempo – anni sicuramente, probabilmente una generazione – perché quello che bisogna ricostruire – dal punto di vista materiale e da quello valoriale – aumenta di giorno in giorno. Illudersi che una sconfitta dell’estrema destra in un’elezione significhi un punto di inflessione è solo una mera illusione. Nel mentre si può perlomeno evitare di precipitare nel baratro.
I partiti democratici dovrebbero evitare di cedere ai canti di sirena dell’estrema destra e difendere le istituzioni e i diritti conquistati, senza se e senza ma. Le istituzioni europee dovrebbero opporsi con forza al neoimperialismo autoritario statunitense, evitando la non soluzione dell’appeasement – un suicidio lento – ed uscendo dal torpore del «vassallaggio felice»3: ora come ora, bisogna sganciarsi da quello che è diventato il cappio atlantico, costruire una vera autonomia strategica – che non può essere solo militare e, men che meno, su basi nazionali – e difendere quel che resta del multilateralismo aprendosi agli attori democratici del Sud globale. Come minimo, si dovrebbe tentare di governare l’economia, ridistribuendo la ricchezza e riducendo le disuguaglianze, e porre al centro dell’azione politica la questione ambientale – passata ormai in terzo piano – e quella tecnologica con tutto ciò che comporta – fine della dipendenza dalle Big Tech statunitensi, i cui progetti autoritari devono essere combattuti senza tentennamenti, e riduzione del gap con la Cina4.
Ma, di fondo, è necessario ripensare completamente i paradigmi esistenti: quelli vecchi non funzionano più in questa nuova era. Bisogna dunque ricominciare dai fondamenti: ricostruire la società, ora liquefatta, atomizzata; creare un senso di comunità, che non sia quello identitario ed etnonazionalista dell’estrema destra; dare nuovamente la battaglia delle idee: l’estrema destra lo sta facendo da anni e ora sta raccogliendo i frutti; tessere alleanze e reti transnazionali, perché la soluzione non potrà essere solo locale. Tutti dobbiamo sentirci coinvolti.
Per tornare alle tre categorie di Hirschman, l’exit non è un’opzione perché significherebbe lasciare il campo spianato alla definitiva imposizione del nuovo ordine autoritario e la loyalty ha poco senso perché l’establishment attuale non ha idee o è affetto da una paralisi incapacitante. L’unica possibilità è la voice, appunto, ossia la partecipazione e la protesta5. Da qui bisogna ripartire.
[La prima parte si può trovare a questo link]
- Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, 2018. ↩︎
- Santiago Gerchunoff, Un detalle siniestro en el uso de la palabra fascismo. Para qué no sirve la historia, Anagrama, 2025, pp. 80-81. ↩︎
- Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di Dottore honoris causa dall’Università di Aix-Marseille: L’ordre international entre règles, coopération, compétition et nouveaux expansionnismes, 5 febbraio 2025: https://www.quirinale.it/elementi/127308. ↩︎
- Vedasi Emanuele Felice, Manifesto per un’altra economia e un’altra politica, Feltrinelli, 2025. ↩︎
- Albert O. Hirschman, Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello stato, Il Mulino, 2017 (ed. or. 1970). ↩︎