Il mito politico MAGA. Nazionalismo, declino e rinascita nello slogan «Make America Great Again!»

Non una formula elettorale, ma il cuore simbolico della mitologia politica del trumpismo: lo slogan MAGA costruisce l’immagine di un’America mitica, bianca e borghese, minacciata da nemici interni ed esterni

Interventi
Il mito politico MAGA. Nazionalismo, declino e rinascita nello slogan «Make America Great Again!»

Come modo per analizzare la propaganda neofascista di Trump, vorremmo soffermarci sullo slogan «Make America Great Again!»1. Si tratta di un motto che si era già reso popolare nella prima campagna elettorale di Trump, ma che, con il tempo è, significativamente, diventato anche sinonimo della sua base politica, per cui ogni individuo che vi appartiene viene genericamente indicato come MAGA. Nonostante la brevità, e per certi aspetti proprio grazie a essa, è un motto particolarmente efficace, perché capace di condensare in poche parole il succo dell’intera mitologia politica di Trump. Non è dunque un caso che sia diventato un’icona del movimento. Tali icone sono un veicolo di fondamentale importanza per la trasmissione e la riproduzione della sottostante narrazione fondatrice, che definisce appunto la massa MAGA.

I miti politici non sono narrazioni date una volta per tutte, ma piuttosto processi di elaborazione di un nucleo narrativo che rispondono a un bisogno mutevole di significanza. Un mito politico consiste nell’intero «lavoro sul mito» (Arbeit am Mythos) che avviene non solo nel momento della produzione, ma anche attraverso la ricezione, e quindi la costante rielaborazione, di un nucleo narrativo2. Il motto MAGA funziona infatti come “icona”, ossia come immagine che, per sineddoche, riproduce e intensifica l’intero lavoro affettivo sul mito che ne è alla base. Nel valutare il potere di un mito politico non si deve guardare solo alle sue affermazioni esplicite, ma anche all’intero processo di produzione-ricezione-riproduzione che si coagula attorno a esso e di cui icone come questo motto sono il veicolo.

«Make America Great Again!» (‘Rendi l’America di nuovo grandiosa!’). Ogni parola è importante. Analizziamole una per una per portare alla luce il “lavoro” che c’è dietro.

America: il termine indica l’idea di una nazione, di un’entità spirituale diversa dall’apparato statale e dalla serie immanente dei corpi che corrispondono agli attuali cittadini degli Stati Uniti d’America. Molta della retorica di Trump punta proprio a questa separazione: «Make The United States Great Again!» avrebbe incluso tutte le persone che attualmente risiedono nel Paese, riconoscendo la diversità della sua composizione razziale ed etnica. Al contrario, parlando di “America” lo slogan si riferisce direttamente a un’entità ulteriore, una nazione ancestrale, collocata in uno spazio altro, uno spazio che, appunto, è allo stesso tempo legato ma anche distinto dallo Stato, dal suo territorio e dall’immanente insieme dei corpi che attualmente lo abitano.

Se analizziamo la propaganda di Trump, non è difficile individuare alcune caratteristiche di questa presunta nazione: è un’America bianca, cristiana, con aspirazioni di vita tipiche della classe media, proprietaria e versata in sport e hobby. Ad esempio, Trump parla costantemente degli Stati Uniti come se tutti i suoi abitanti appartenessero a questo strato sociale, condividendone valori e stili di vita. Questo effetto è ottenuto presentando i problemi specifici della classe media come se fossero universali: come rendere gli aeroporti statunitensi belli come quelli di Singapore e Abu Dhabi è un buon esempio tratto dalla prima campagna elettorale.

Dal Trump 2.0 possiamo citare il video Trump Gaza, visione generata dall’intelligenza artificiale per immaginare il futuro della striscia di Gaza. I tre protagonisti del video sono appunto Trump stesso, Elon Musk e Benjamin Netanyahu, tutti e tre ritratti in attività di leisure time (‘tempo libero’) tipiche della classe medio-alta: cocktail, macchine sportive, piscine, donne seminude presentate come merce e decorazione. Il video, accompagnato da una canzone che ripete ossessivamente «Trump Gaza», inizia con immagini assai realistiche di una zona rasa al suolo dalla guerra, che, progressivamente si trasforma però in un oasi di consumismo borghese, fatta di cocktail a bordo piscina, macchine che sfrecciano su strade patinate, soldi che piovono dal cielo sopra un Elon Musk che cammina sulla spiaggia, di un Donald Trump che balla in discoteca con una donna seminuda che esibisce le proprie natiche, yacht di lusso e spiagge piene di danzatrici del ventre con la barba.

Al di là degli stereotipi di genere (gli uomini sono tutti vestiti, mentre le donne esibiscono corpi mezzi nudi) e orientalisti (le danzatrici del ventre sono delle barbute, ossia donne sinuose e femminili ma anche mostruosamente irsute), si noti come lo stile di vita della classe media americana viene implicitamente presentato come standard assoluto del bene e i rispettivi valori (edonismo, consumismo, individualismo) come gli unici valori e intrattenimenti a cui aspirare. Inutile dire che bisogna essere abbastanza benestanti anche solo per percepire l’estetica degli aeroporti come un problema e ben accecati dall’ideologia edonista e consumista per concentrarsi su shopping e yacht di lusso in un mondo martoriato da guerre, crisi ecologica e disuguaglianze insostenibili. Tuttavia, parlando come se, Trump riesce ad alimentare il desiderio di mobilità sociale, in modo che la classe media viene proiettata come uno spazio mitico in cui tutti si troverebbero e quindi vengono inconsciamente invitati a essere. E, soprattutto, è attraverso questa rappresentazione mitica che le enormi differenze di classe esistenti negli Stati Uniti vengono oscurate.

Allo stesso tempo, questa mitizzazione della classe media americana è rafforzata da una propaganda che prende sistematicamente di mira socialisti, democratici di sinistra e tutti coloro che più insistono sulle disuguaglianze di classe, che vengono presentati non solo come avversari politici, ma come un vero e proprio pericolo per l’America e, di conseguenza, come nemici esistenziali. In un tweet del luglio 2019, ad esempio, Trump dichiarò: «Non saremo mai un Paese socialista o comunista. Se non siete felici qui, potete andarvene! È una scelta vostra e solo vostra. Si tratta di amore per l’America. Certe persone odiano il nostro Paese…».

I socialisti non possono appartenere all’“America” perché le loro idee sulle disuguaglianze di classe mettono in discussione appunto questa mitica America borghese: ogni messa in discussione di tale mitologia equivale a odio nei confronti dell’America stessa, e quindi all’esclusione da essa. Questo è il potere inconscio del mito politico come lente attraverso la quale viene implicitamente costruito il mondo: se si mette in discussione un elemento cruciale del mito fondatore di questa America bianca e benestante, si viene automaticamente classificati come outsider, e quindi come suoi nemici. Gli attacchi di Trump durante la seconda campagna presidenziale del 2024 contro la candidata democratica, Kamala Harris, mescolavano una retorica sul supposto passato marxista di suo padre, sulle sue politiche con riferimenti alla sua posizione liminale in termini di razza nella società americana, ironizzando dapprima sulla sua «eredità asiatico-americana» e poi sul suo carattere black, tutte strategie votate a delegittimarla, escludendola dall’appartenenza alla nazione americana.

Queste sono solo alcune delle numerose dichiarazioni di Trump contro i socialisti e i democratici di sinistra, ma ci sembrano particolarmente significative perché mostrano come funziona la costruzione di una presunta nazione ancestrale, bianca e di classe media. Si veda come ulteriore esempio un tweet del 3 luglio 2019, in cui gli immigrati venivano presi di mira in modo simile, in quanto, presumibilmente per loro scelta, non americani: «Se gli immigrati clandestini non sono soddisfatti delle condizioni dei centri di detenzione costruiti o ristrutturati in fretta, basta dire loro di non venire. Tutti i problemi sono risolti!».

Prendendo di mira gli immigrati, spesso definendoli come «animali», Trump suggerisce implicitamente che non appartengono a questo Paese, perché sono esclusi persino dalla razza umana, in quanto meno che umani. L’animalizzazione dell’avversario politico è infatti uno strumento cruciale per la sua trasformazione in nemico esistenziale: non siamo di fronte a dei legittimi avversari politici, con cui ci si affronta su un piano di parità, bensì di fronte a nemici atavici che mettono in discussione la nostra stessa esistenza, sia in quanto “veri americani” che in quanto membri dell’umanità più in generale. In questo modo si crea una scissione netta tra gli individui che attualmente risiedono negli Stati Uniti e quelli che appartengono a una mitica e molto più ancestrale “America” − mito che ovviamente non riconosce che una tale originaria America sarebbe piuttosto quella dei nativi, i quali sono stati spossessati delle proprie terre e rinchiusi in riserve, raffigurando così l’America come un’entità essenzialmente identica a quella creata dai coloni.

Un esempio di come, culturalmente, questa costruzione di una mitica America tutta bianca e di origine europea possa essere realizzata è la proposta di Trump di rendere obbligatoria l’architettura classica, di ispirazione greca e romana, per gli edifici federali: alimentando la narrazione secondo cui l’“America” deriverebbe direttamente da quel passato europeo, scandito com’è dalla storia della civilizzazione greca e romana, e non dal patrimonio dei nativi americani e di tutte le altre etnie che abitano attualmente nel territorio degli Stati Uniti, la retorica e le politiche di Trump alimentano la mitologia coloniale di una terra nullius, di un’America vuota che i coloni bianchi hanno dovuto “riempire” con la loro storia europea, perché nessuno era presente prima del loro arrivo. Anche il fatto che la dimora del Presidente della Repubblica sia un edificio in stile neoclassico, rispondente al nome di Casa Bianca, e da molti considerato un simbolo specificamente “americano”, è già indicativo di come i rituali che hanno luogo attorno a edifici del genere possano inconsciamente riattivare il mito di una nazione che affonda le sue radici nella missione civilizzatrice e nel destino manifesto dei coloni di origine europea.

Again: è la parola più importante dell’intero slogan. Se il motto fosse stato «Make America Great!» la frase sarebbe stata il solito invito alla grandezza, che di per sé non è specificamente fascista. Al contrario, ciò che è tipico del fascismo è la combinazione del nazionalismo con il mitologema “grandezza-declino-rinascita”: questa trama narrativa consente infatti di separare coloro che sono la supposta causa del declino, di colpevolizzarli, e quindi di incanalare e alimentare l’ostilità nei loro confronti.

Si può poi distinguere tra diversi gradi di fascistizzazione dello Stato, a seconda che questo generi un incitamento alla violenza da parte di “gruppi fai-da-te” e individui autoproclamati o da parte di apparati statali. Ma il mitologema del capro espiatorio rimane lo stesso. Il fascismo si basa fondamentalmente sulla violenza xenofoba, razziale e di genere proprio perché la sua narrazione fondante di “grandezza e declino” si radica su questo meccanismo: incita ai diversi gradi di ostilità e violenza verso gli altri e le altre perché colpevoli del nostro declino, perché nemici esistenziali votati ad annientare la nostra stessa esistenza – nel caso del trumpismo, nemici che assumono i volti più disparati, dai politici dell’establishment che corrompono il sistema agli immigrati messicani che rubano il lavoro, ai cinesi che minacciano l’economia statunitense coi loro prodotti, alle femministe e alle minoranze sessuali che mettono in discussione la famiglia tradizionale eteronormativa – in sintesi, coloro che sono responsabili del declino di una mitica “America” patriarcale bianca e borghese.

Make: questo verbo imperativo è il perno della richiesta di identificazione. Trump ha ripetutamente suggerito di essere l’unico in grado di risolvere la situazione. Il suo successo come uomo d’affari e il tono incendiario ed esagerato della sua retorica mirano a infondere un senso di eccezionalità. Qui sta il fascino dell’identificazione con il leader carismatico: «Solo tu puoi votare per me» è l’altra faccia di «Solo io posso risolvere questo problema». L’invito a “fare” è quindi un invito a far parte di questo movimento eccezionale, di questo sforzo unico di aggiustare le cose, di ripristinare ciò che è stato perso, ciò che quella gente diabolica ci ha portato via.

Great: questo aggettivo rafforza il senso di identificazione verticale, di una grandezza che va verso l’alto, ulteriormente enfatizzato dal punto esclamativo che conclude la frase. In entrambe le campagne presidenziali è stato dato molto risalto a questo immaginario della verticalità e al corrispondente linguaggio di grandezza. L’uso costante di Trump della parola huge (‘enorme’) ne è sintomatico. Durante una conferenza stampa improvvisata sull’Air Force One (l’aereo presidenziale) nel febbraio 2025, Trump iniziava il video con l’annuncio del cambio di nome da Golfo del Messico in Golfo dell’America insistendo appunto su quanto “grande” (great) era questo momento per la storia americana («più grande del Super Bowl», la famosa finale del football americano); conferenza stampa interrotta dal pilota dell’aereo che confermava che l’aereo si trovava proprio sopra il golfo in attesa di essere ribattezzato, aggiungendo quindi drammaticità e spettacolarità a questo dare nomi dall’alto dei cieli. Dopo la conferma della posizione dell’aereo del presidente letteralmente sopra il golfo, Donald Trump si accinge a firmare il decreto che mette in opera il cambiamento di nome, accompagnandolo con l’osservazione che la penna con cui sta firmando il decreto diventa adesso una penna famosa, mentre il «Voilà, “Make America Great Again!” is all we care about» (‘Voilà, ‘Rendere di nuovo l’America grandiosa’ è tutto ciò che ci interessa’) conclude la performance, suggellando la connessione tra questo rito e la soggiacente mitologia MAGA.

Si potrebbe pensare che questo presidente che sorvola territori e mari ribattezzandoli sia la rappresentazione del delirio narcisista di uno psicotico, ma si deve ricordare che “ribattezzare”, dare nomi, è l’atto sovrano per eccellenza. Inoltre, questo gesto del dare nomi, nel contesto americano, si carica di un’ulteriore valenza. Negli studi sul colonialismo d’insediamento, infatti, il topos del first (la prima barca con pellegrini di Plymouth Rock, il primo insediamento, la prima comunità, ecc.) è un oggetto assai approfondito, in quanto elemento centrale nella costruzione di una mitologica terra nullius, spazio vuoto che, come abbiamo visto, deve essere riempito di qualcosa di nuovo, una retorica accentuata da quella del primo – nel caso della performance sopracitata, il primo sorvolo del presidente sopra il golfo ribattezzato Gulf of America, una bandiera gettata dal cielo dell’Air Force One e suggellata dalla penna di un decreto presidenziale.

In questa prospettiva anche tutta la discussione sulle dimensioni delle mani di Trump durante la prima campagna presidenziale appare come assai significativa, proprio perché parte di una ossessiva insistenza sulla greatness (‘grandezza’). Persino i commenti su quanto piccole fossero le sue mani diventavano quindi un modo per sottolineare l’idea che, nonostante le mani, tutto il resto (in Trump) non potesse essere altro che great (‘grande’), huge (‘enorme’) come le dimensioni della torre di Trump, l’epitome sia della sua retorica fallica che del suo potere aziendale.

Il mito della nazione, la narrazione di un mitologema “età dell’oro-declino-rinascita”, l’invito all’identificazione con il leader e la retorica della grandezza mostrano una significativa continuità con la psicologia delle masse del passato: siamo di fronte a una forma molto tradizionale di immedesimazione con il leader che mostra eccezionalità e grandezza fallica. Si tratta di una forma di identificazione cefalica, in cui il volto del capo diventa simbolo del corpo intero e in cui i singoli membri della collettività sono sussunti in un movimento verticale verso l’alto. In questo senso, la retorica di Trump può contare anche su una storia molto più lunga di forme verticali di identificazione con il “capo” dello Stato – una storia che risale almeno alla comparsa dello Stato sovrano, se non, come suggeriva Freud, a quella della Chiesa e dell’esercito.

Si noti infatti che, nonostante la retorica antistatale spesso usata da Trump, la sua psicologia si alimenta dell’immaginario collettivo creato dallo Stato moderno. Si pensi alle analogie tra la retorica di Trump sull’incorporazione verticale attraverso l’identificazione con il leader e all’immagine del sovrano che Thomas Hobbes scelse per il frontespizio del suo Leviatano, uno dei testi fondanti della moderna teoria dello Stato. Non a caso, quell’icona, che ha iniziato a circolare con l’edizione del 1651, si è rivelata una delle copertine più famose e di maggior successo della filosofia politica occidentale. L’immagine non riflette semplicemente la circolazione degli affetti all’interno di uno Stato sovrano, che culmina nel movimento verso l’alto dei corpi che lo compongono, il popolo che entra letteralmente nel corpo dello Stato, come se quest’ultimo fosse un aspirapolvere degli affetti politici. È anche un invito a entrare nel movimento dentro il corpo collettivo – una forma di incorporazione che, nel caso di Trump, combina il linguaggio del corpo politico con quello della corporation, come abbiamo visto nella fortunata serie televisiva The Apprentice.

[Tratto da Chiara Bottici, Trumpismo. Un mito politico, Castelvecchi, 2025, pp. 32-44]


  1. Come lo stesso Trump ha riconosciuto, l’iconico slogan «Make America Great Again!» (MAGA) è stato ispirato da «Let’s Make America Great» dell’ex presidente Reagan. Ma Trump ha anche affermato che si tratta di una sua invenzione. Cfr. Brooke Seipel, Trump: “Make America Great Again Slogan was Made up by Me”, in «The Hill», 3 aprile 2019, https://bit.ly/45mOm91. ↩︎
  2. Prendo l’espressione «lavoro sul mito» (Arbeit am Mythos) da Hans Blumenberg, che ha sottolineato questo aspetto processuale del mito nella sua opera principale dallo stesso titolo. Si veda Hans Blumenberg, Elaborazione del mito, trad. it. di B. Argenton, il Mulino, 1991. In quest’opera, tuttavia, Blumenberg non si concentra esplicitamente sul mito politico. ↩︎

Chiara Bottici

Professoressa ordinaria di Filosofia alla New School for Social Research di New York, il suo lavoro intellettuale tesse filosofia, letteratura e psicoanalisi. Saggista e narratrice, si è occupata di teoria critica, capitalismo, femminismo, decolonialismo ed estetica. Con Castelvecchi ha pubblicato Mitologia femminista, Passaggi (2022), L’impero dentro e La politica dell’immaginazione (2023), Trumpismo. Un mito politico (2025). Di prossima pubblicazione è Il mito dello scontro di civiltà (con B. Challand).

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