The day a poet is murdered by ICE is a school day like every other in the first week of the year. Time isn’t real but still it’s January, and scientists say we’re gaining about sixty seconds of sunlight even as the sun sets. I wake up and feel closer to death than the day before. I am a mother, so I wait for my daughter at the bottom of the stairs and I hold her hand when crossing the street and when we stop at the corner I run my fingers over her ponytail like it’s my own hair. She says there’s a cloud in the sky that looks like a heart but I can’t see what she sees. I am a mother so when she is hungry I feed her and when she asks me how to spell wolves I explain how some nouns transform in the plural. Man is men and tooth is teeth and person who is murdered becomes people. Hannah Eve Levy, 7 gennaio 2026
Il 24 gennaio 2026, due agenti dell’ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement) hanno sparato ad Alex Pretti, un cittadino statunitense bianco, uccidendolo, in pieno giorno, davanti a un gruppo di manifestanti che stavano filmando l’accaduto con i loro telefoni. Pretti, un’infermiere di terapia intensiva di 37 anni, stava protestando contro la presenza dell’ICE a Minneapolis e difendendo una donna che gli agenti avevano spinto e a cui avevano lanciato gas lacrimogeni.
I video circolati in seguito mostrano Pretti, anch’egli colpito dal gas, immobilizzato a terra da diversi agenti. Uno di loro gli sottrae una pistola che portava legalmente con sé, ma che non aveva mai estratto. Ciononostante, gli sparano dieci colpi. Non si è trattato di un episodio isolato.
Pochi giorni prima, agenti dell’ICE avevano sparato alla gamba di un uomo venezuelano durante una retata. E il 7 gennaio, un agente aveva ucciso Renée Nicole Good, una donna bianca, madre e poetessa, mentre protestava dalla sua auto. È stata colpita tre volte al volto mentre cercava di allontanarsi dagli agenti dell’ICE con il suo cane sul sedile posteriore.
Nell’ultimo anno, almeno 32 persone sono morte sotto la custodia dell’ICE. Alcune per negligenza medica, altre per suicidio e altre ancora per omicidio. Finora, otto persone sono state uccise dall’ICE, tra cui Silverio Villegas González, un uomo originario del Michoacán che viveva a Chicago da 20 anni.
Nell’ultimo anno, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per chiedere lo smantellamento dell’ICE con l’hashtag #AbolishICE, uno slogan che ha guadagnato slancio nel 2018 durante la prima amministrazione Trump. L’agenzia è stata creata nel 2003 come parte della risposta del governo statunitense agli attentati dell’11 settembre, sebbene le sue origini risalgano a decenni prima, a precedenti misure di controllo dell’immigrazione e delle frontiere.
Insieme alla sua agenzia gemella, la Customs and Border Protection (CBP), l’ICE è cresciuta di anno in anno in termini di budget, personale, risorse e tecnologia, secondo una logica condivisa sia dai Democratici che dai Repubblicani: collegare l’applicazione delle leggi sull’immigrazione alla sicurezza nazionale. Negli ultimi 23 anni, milioni di persone sono state detenute, deportate, separate dalle loro famiglie, maltrattate o uccise nelle operazioni di controllo dell’immigrazione. Pochissimi agenti dell’ICE e della CBP subiscono conseguenze penali per i loro atti di violenza.
Nell’ultimo anno, il potere e il raggio d’azione dell’ICE si sono ampliati come mai prima d’ora. Il suo budget è aumentato del 308% nel 2025, raggiungendo i 28,7 miliardi di dollari all’anno, superando di gran lunga i budget del sistema carcerario federale e del Dipartimento di Giustizia (incluso l’FBI). Nonostante le accuse di violenza e abusi da parte dell’ICE, il Congresso ha approvato un ulteriore finanziamento di 400 milioni di dollari per l’agenzia. A seguito delle recenti proteste a Minneapolis e in altre città, questo è diventato un tema cruciale per la negoziazione del bilancio federale ed evitare una parziale paralisi del governo.
Sotto l’amministrazione Trump, l’ICE è diventato uno strumento centrale di controllo interno. Viene utilizzato non solo per detenere ed espellere i migranti che hanno commesso reati, ma anche per prendere di mira qualsiasi immigrato, indipendentemente dal suo statuto giuridico: studenti, residenti permanenti, titolari di visti turistici o d’affari, rifugiati, richiedenti asilo e persino cittadini naturalizzati. In questo processo, anche cittadini statunitensi sono stati detenuti, espulsi ingiustamente, feriti e uccisi.
Il suo margine di azione e la sua impunità sembrano essere illimitati. La Corte Suprema ha avallato pratiche come la profilazione razziale. Il presidente, il segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna e Stephen Miller, il principale consigliere per l’immigrazione, hanno difeso pubblicamente l’ICE, affermando che i suoi agenti godono di totale immunità nell’agire contro gli immigrati, che descrivono come “stranieri illegali criminali”, e contro i manifestanti, che considerano “terroristi interni”.
Trump ha rafforzato, incoraggiato e finanziato una forza di polizia paramilitare che risponde unicamente al raggiungimento delle sue quote di arresti ed espulsioni. Due mesi fa, l’amministrazione ha annunciato che l’ICE non ha più bisogno di un mandato per entrare in un’abitazione, una pratica chiaramente incostituzionale. Il messaggio all’ICE, ai gruppi anti-immigrazione e alle milizie che operano da decenni al confine è chiaro: nessuna legge è al di sopra del loro obiettivo di proteggere il Paese dalla presunta “minaccia” degli immigrati e da chiunque si opponga a tale obiettivo.
Dalla vittoria elettorale di Trump, in tutto il Paese sono stati riattivati i laboratori comunitari per informare le persone sui loro diritti nei confronti della polizia e dell’ICE. Sono nate anche reti di allerta ICE per segnalare le retate e sono stati creati sistemi di mutuo soccorso per sostenere le famiglie colpite. Ogni settimana è necessario adattarsi a nuove regole e creare nuove strategie per proteggersi a vicenda, a dimostrazione che persino i pochi diritti esistenti non vengono più rispettati.
Ma uno dei cambiamenti più profondi è stato un altro: quel “noi”. Per la prima volta, è evidente all’opinione pubblica nazionale e internazionale ciò che i gruppi di migranti e le organizzazioni della società civile affermano da tempo: che la violenza del sistema migratorio non si limita al confine o alle persone senza documenti.
Le recenti violenze a Minneapolis dimostrano chiaramente che questo sistema non fa distinzione tra migrante e cittadino. La criminalizzazione e la disumanizzazione dei migranti, come è accaduto con le persone di colore, non sono un fenomeno isolato: rappresentano un banco di prova per una violenza che può estendersi a chiunque il governo consideri una minaccia o una presenza indesiderata.
Un punto di svolta nel primo mandato di Trump è stata la politica di separazione delle famiglie: l’immagine dei bambini in gabbia ha segnato il limite di ciò che una parte significativa della società americana era disposta a tollerare. Oggi, quel limite sembra essersi spostato di nuovo.
E non si tratta di tornare allo status quo ante, quando Biden parlava di “rendere umana” l’applicazione delle leggi sull’immigrazione, di formare gli agenti dell’ICE e della polizia di frontiera e di migliorare le condizioni nei centri di detenzione. Il dibattito non riguarda più le migliori pratiche o la riforma dell’immigrazione. Riguarda l’esercizio del potere che si pone al di sopra della legge, invocando i quadri giuridici della sicurezza nazionale e del terrorismo, dal XVIII secolo all’11 settembre, per giustificare la sospensione dei diritti nel presente.
Trump e i Repubblicani hanno portato questo dibattito oltre i confini nazionali: la violenza dell’ICE è una realtà quotidiana sia per i migranti che per i cittadini. Persino in un contesto che ha seminato terrore e disperazione tra la popolazione, la retorica e le azioni del governo hanno mobilitato e ampliato un movimento politico che da decenni costruisce reti di solidarietà e mutuo aiuto, senza trovare alcuna risposta da parte di uno dei due partiti.
La richiesta di abolire l’ICE, sempre più presente nel dibattito pubblico, non è solo una protesta contro un sistema corrotto fondato sull’etnonazionalismo e sul razzismo, le cui conseguenze sono oggi innegabili; è anche un appello a costruire un altro sistema. Nelle strade, nelle scuole, nei quartieri dove i residenti si organizzano contro le retate dell’ICE, si intrecciano rivendicazioni storiche e recenti.
Queste mobilitazioni riconoscono che la violenza contro i migranti è parte di un sistema politico ed economico che ha storicamente criminalizzato le comunità indigene e nere, regolamenta i corpi delle donne e delle persone LGBTQI+ e perseguita coloro che mettono in discussione l’ordine politico all’interno e al di là dei confini nazionali, dalla Palestina al confine tra Stati Uniti e Messico. La richiesta di abolire l’ICE si traduce in una richiesta più ampia: smantellare un apparato statale che produce esclusione, punizione e morte, e ridistribuire le sue risorse verso la vita – istruzione, salute, alloggio, assistenza, servizi sociali e legami comunitari.
A questo appello si uniscono ora cittadini che, per la prima volta, riconoscono il proprio coinvolgimento. Solo così si può smantellare un sistema; solo così una persona assassinata diventa un popolo.
[La versione originale del testo è comparsa su «Nexos» il 5 febbraio 2026, con il titolo Abolir ICE.]